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il "bollino" del 2010


 


SAN  LORENZO    2010

Lorenzo, quando lo vidi per la prima volta, non era su una cima, ma guardava in alto da un breve rilievo, con  gli scarponi ben piantati al suolo, orientando il proprio cammino con carta e bussola. Questa immagine, apparentemente ordinaria, mi colpì e mi diede un segno, un segno tale che mi fece subito avvicinare a lui, istintivamente apprezzando l’uomo, sentendo una personalità non comune e completa, fatta ad un tempo di tensione verso l’alto e di saldezza e precisione.

Questo era Lorenzo. Certo, era tante altre cose e tante altre cose ce le ha dimostrate ed insegnate in questi brevissimi anni che siamo stati insieme.

Dopo aver saggiato varie sezioni del Cai lui si fermò alla nostra e con noi trovò subito una consonanza ed un legame assolutamente circolari. Soci anziani, giovani, ragazzi, uomini e donne, tutti entrammo con lui in  relazione immediata e diretta.

Pur ultimo arrivato, alla prima tornata elettorale fu naturalmente chiamato nel consiglio direttivo ove si distingueva per intelligenza e decisione; ancor più naturalmente si prodigò in numerose ed organizzatissime escursioni. Qui riusciva, caso più unico che raro, a  mettere in fila i quarantaquattro (o anche più) gatti-partecipanti, il che fu celebrato da uno dei tanti canti caini che ci seppe ispirare.  Egli riusciva,  anzi, con la fermezza ed il garbo suoi propri, anche a tenere a freno le lepri, come chiamava quelli che vogliono sempre precedere il direttore. 

Una volta, attraversando un ameno campo di ferule (sorta di canne fiorite di giallo adoperate un tempo per sferzare i fanciulli o le greggi restie) mi venne di paragonarlo al maestro od al sacerdote del mondo classico che appunto con la ferula esplicava il suo ministero.

Egli, certo, non ci sferzava materialmente, ma ci conduceva con dignità e professionalità quasi sacerdotali.

Consigliava e suggeriva con discrezione e giammai con supponenza. Le sue indicazioni risultavano utili ai più, salvo che per i più refrattari.  Ed invero, pur condividendo con me  tante e memorabili uscite sci escursionistiche, non riuscì mai a correggere il mio ciabattare. Alla fine rinunciava, mi guardava e soffriva in silenzio!

La neve era appunto il suo scenario preferito,  scenario di  bianchi percorsi favolosi, ovattati di nebbia o splendenti di sole, segnati dagli archi degli alberi giovani piegati dal recente carico invernale o colorati dal rosa delle prime gemme fagacee della primavera. Un teatro dove, ancora con pazienza e tenacia, lui solo riusciva a moltiplicare i protagonisti, meno propensi alla più difficile pratica dello sci, ma convinti al più elastico uso delle ciaspole, pronti a scoprire con lui radure viola di crochi (al sole) e al tempo stesso bianche di neve (all’ombra).

E quindi  prati gialli di violette e ranuncoli,  il fitto verde di tanti boschi  esplorati alla ricerca di sentieri perduti;  pietraie in ripida ed inattesa discesa ove qualcuna  delle nostre fanciulle rischiava di inchiodarsi per una crisi di panico che solo  lui sapeva risolvere, sorreggendo con la dolcezza e con il braccio;  le danze fra le pietre affioranti dei ruscelli picentini; le cattedrali alpine della Val d’Aosta e dell’Alto Adige, battute nelle settimane alpinistiche di fine agosto dove Lorenzo dava il meglio di sé affrontando coi giovani le ferrate, ma non trascurando i meri escursionisti. E la sera tutti insieme a celebrare l’amicizia e la  giornata trascorsa.

Solite cose caine, soliti e scontati entusiasmi dei frequentatori della montagna? Certamente, ma quello che è ancora più certo ed innegabile è che gli entusiasmi e la partecipazione erano resi più vivi e gratificanti  proprio dalla presenza e dal ruolo di Lorenzo.

Ed ora gli scenari e i ricordi si accavallano e si confondono; ma non intendiamo chiamarli ricordi, perché non vogliamo, non possiamo, considerali tali e meno che mai avremmo pensato, vivendo ciascun momento, di dover archiviare nel passato queste esperienze che sentivamo invece  pegno e fondamento di imprese future.

Così non è stato. Una scalata più impegnativa e grave attendeva Lorenzo, una lotta che lui seppe affrontare con il suo stile e con la sua forza, restando in piedi, anzi in cammino, sino all’ultimo.

All’annuncio di quel che l’attendeva egli ebbe a scrivere: “Pur cosciente di trovarmi sull’orlo di un abisso, dove si intravede appena il fondo, guardo lontano e vedo soltanto le mie amate montagne, le mie amate cime……Questa simbiosi con la natura è un passaporto che ci permette di superare qualunque ostacolo, qualsiasi avversità e ci unisce sempre di più in uno dei sentimenti più belli: la nostra amicizia che non ha confini e va al di là di qualunque orizzonte.”

Un messaggio ed un insegnamento fra i tanti che lui ci ha dato con passando tra noi.

Il passaggio di una stella di San Lorenzo di cui, più che la scomparsa, serbiamo nei cuori la traccia luminosissima.

FpFerrara