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CRONACHE  PICENTINE  (e non)

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WHY   NOT ?

 

(21.6.2009 – perché no, perché si – da Ricigliano al ponte di Annibale)

L’estate del 2009 (21 giugno) si annunzia con un nubifragio di tutto rispetto:  reiterati bagliori di lampi,  reboanti batterie di tuoni, cortine impenetrabili di pioggia. Alle 6,30 si incrociano le telefonate. Partiamo o non partiamo? Annullare o non annullare l’escursione? Andare o non andare? Perché si,  perché no?

Alle sette e trenta, complice la cessazione degli scrosci, ci siamo tutti o quasi, chi per dovere di ufficio, chi per indomito spirito caino, chi per inerzia. D’altronde il bus ed il pranzo sono prenotati. Il cielo è ancora scuro, specie verso mezzogiorno, ovvero nella direzione in cui dobbiamo andare. Ma guardando a monte (che questa volta è il mare) notiamo con sorpresa e speranza che il profilo dei Lattari è già nitido, appena sfioccato da cirri biancastri. Avremo almeno un intervallo, anzi, se il “tempo”  - buono o cattivo che sia - procede in direzione appenninica (N.O. - S.E.) può essere che il sole ci insegua. E così sarà. Vediamo liberarsi prima i Mai, poi il Terminio, poi l’Accellica e il Polveracchio e così via. E pertanto quando in agro di Buccino scorgiamo piccole frane e pantani d’acqua sulla strada possiamo ascriverli a fenomeni già consumati e non ripetibili. E quindi nel piazzale della Cappella di San Vito, al margine di Ricigliano, calziamo fiduciosi gli scarponi sul profumato tappetino dei lasciti escrementizi delle mandrie e degli armenti che qualche giorno prima hanno corso, intorno alla chiesa, il rito della “Turniata”.

Non siamo in ambiente montano, ma piuttosto campestre, come ci aspettavamo.  Prevale il colore biondo e bruno delle messi già raccolte, punteggiato da agglomerati di macchie verde scuro e dalla mole imponente delle querce,  testimoni dell’antica economia della ghianda e del porco. Rasentiamo masserie isolate, accolti dall’abbaiare dei cani; qualcuno di loro infila il muso fra le sbarre di un cancello implorando una carezza. Il cammino è in discesa, spesso lungo  tracciati concavi e sconnessi dove se ci avesse sorpreso l’acqua ci avrebbe trascinato giù con lei. Ma non è così, il sole continua a splendere ormai definitivo e ringraziamo la rinfrescata mattutina che ci consente ora di sopportarne i raggi. Non mancano del resto i tratti ombrosi, protetti da fitte e provvidenziali siepi. Al termine di uno di essi ci caliamo giù ancora più decisamente, lungo un sentierino sassoso che reca fino al ponte di Annibale o del diavolo. Il nostro direttore di gita, sostiene con politica certezza la prima versione, datando il manufatto a due secoli prima di Cristo e giurando che esso sopportò il peso degli elefanti. Elefanti lillipuziani, parrebbe, non tanto per le dimensioni del ponte, quanto per quelle degli attigui sentieri. Ma non è il momento delle ricostruzioni storiche, quanto quello di “uno sguardo dal ponte”. Dalla sommità della sua schiena d’asino prendiamo d’infilata un ampio tratto del Platano, ad est verso Balvano (la cui stazione ferroviaria è poco distante) a ovest verso Romagnano. Poco più sopra di noi, perfettamente inserite nella costa del monte, le opere del tracciato ferroviario, grigie e severe mura di un antica fortezza, scandite da finestre ad arco destinate ad interrompere il buio delle gallerie. Il fiume scorre pigro, invitandoci con il verde delle sue acque almeno ad un pediluvio atto a temperare il calore. Siamo solo 240 mt. s.l.m. e lungo il filo della corrente si muove appena una brezza. Risaliamo pertanto la forra in pieno sudore, per affrontare la seconda parte dell’escursione che prevede un dislivello di 300 mt.

E questa seconda parte è decisamente la più bella. Avevamo letto sul programma della cresta della “Difesa Ripa Rossa” ma non ci aspettavamo la sua grandiosità. Da questa dorsale di appena 500 mt altitudine, ma che reca una innegabile valenza montana, dominiamo la forra del Platano: di fronte a noi la parete verdissima della Costa Rossa (non aspettatevi mai coerenza tra nomi e luoghi); sotto di noi il nastro verde azzurro del fiume  che appare e scompare, accoppiato alla linea ferroviaria. Ed ecco che in un ambiente così deserto e selvaggio balena, come per miracolo, la miniatura d’argento di un treno.  In alto invece e apparentemente lontanissimo, il nido abbandonato di Romagnano vecchia ed un ponte sospeso sulla gola, che sembra quanto mai esile e fragile, siccome librantesi dritto nel vuoto, senza apparenti sostegni. Più lontano ancora una dorsale bluastra: sono gli Alburni nel tratto sopra Petina.

Lo zefiro del fondo valle è divenuto un vento provvidenziale che fa girare lontane pale eoliche e rinfranca ed asciuga i nostri sudori. La dorsale è dolcemente ondulata e si  lascia percorrere con piacevolezza e gioia.

Bisognerà pur scendere. Lo facciamo in prossimità del  termine della lunga gobba, puntando verso la masseria Iacullo (proprietari di buona parte dei terreni che abbiamo calpestato) e quindi verso l’ampia vasca della fontana di Santo Ianni, destinata ad immancabili abluzioni.

Ci raggiunge quindi il bus per portarci all’Agriturismo “Il ponte di Annibale”.   Vuoi vedere che ci ha mangiato anche lui ?

Qui non c’è più storia, se non quella prosaica del tintinnio dei piatti  e - più nobile - dei brindisi e dei ringraziamenti ai direttori di escursione: Giovanni Matula, genius loci, Ennio Capone, membro interno, “Peppe Caparossa”,  battitore libero,  indigeno come il primo.

Abbiamo mancato, bisogna confessarlo, di levare il calice in contumacia ad Attilio Piegari ideatore ed organizzatore dell’escursione, assente per superiori impegni caini (Congresso Nazionale degli Accompagnatori di Escursionismo, in Abruzzo).

Lo facciamo ora con queste righe da cui dovrebbe anche risultare evidente che il partito del no (di fronte alle minacce atmosferiche od altre remore di carattere individuale) è sempre perdente per pavida rinuncia  e deplorevole secessionismo.

E qui scatta – solo apparentemente tautologica - la risposta  finale all’interrogativo iniziale: perché no? Perché SI!

Francescopaolo Ferrara


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