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il "bollino" del 2011
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CRONACHE PICENTINE (e non)
IL TRIANGOLO della SAVINA
Il triangolo della Savina è certamente meno noto di quello delle Bermuda, ma non è meno intrigante. Per chi non lo sapesse la Savina è una montagna per così dire minore del gruppo dei Picentini, tra Acerno e Montella. Fino a poco tempo fa l’avevamo considerata come un’appendice secondaria dell’Accellica, ma ci siamo dovuti ricredere. Ed invero essa si innesta, possente e suggestiva, direttamente sull’apice del braccio meridionale dell’Accellica (Pettinessa o Raione, secondo altra nomenclatura); lungi dal costituirne una piccola coda, si presenta come un elemento essenziale del pianeta Accellica, la quale non è formato solo dalla nord e dalla sud congiunte in angolo retto, ma va piuttosto configurata come una grossa ipsilon il cui segmento basilare è delineato proprio dalla Savina. Ne deriva una intrigante triangolazione, ardua da comprendere, come da percorrere. Domenica 31 ottobre (2010) ci riproviamo. E ci riproviamo - ancora - con formazione triangolare: un primo gruppo (A) aggira il monte da nord; il secondo (B) risale il più agevole versante sud; il terzo (VIP) risale da dove gli pare e, cavalcata tutta la cresta, si arrampica sul Ninno in via ferrata. Chi scrive può solo riferire del percorso B: si sa che i letterati (o presunti tali) mandano gli altri alla guerra e si limitano a cantarne le imprese. Quanto ai VIP, perdiamo subito il contatto, affidando ad uno di essi o meglio all’auto di uno di loro la custodia dei vini, improvvidamente, come vedremo in seguito. Il Gruppo A fa con noi un tratto della sterrata pedemontana dell’Accellica sud, ma al primo (ed ultimo) piccolo varco possibile svalica a nord. Noi proseguiamo, battuti da uno scirocco che in pianura era tiepido, ma che qui mal si concilia coi nostri panni leggieri. Siamo in quattordici più Dogo, un monumentale e nero “cucciolo” di cane corso, opportunamente separato dal cugino-barbone Willy, andato col gruppo A (14 anche loro). I VIP non li abbiamo contati, ma non erano pochi. L’atmosfera è grigia ma non minacciosa di pioggia, anche se l’incombente parete della Savina si mostra coronata di nubi. Timidamente, col pretesto del difetto di speranze panoramiche, prospetto una deviazione alla nostra guida (Diana), ma lei che ha segnato, ripulito e cosparso di sudori preparatori il nostro sentiero, respinge sdegnosa la proposta indecente. Abbandoniamo la sterrata per affrontare la “Serra Polare” (un costone fra due canaloni) che sale dritta verso la cresta. La pendenza si fa sentire e più di lei i rovi, gli scheletri intisichiti delle ginestre, i grovigli rugginosi delle felci morte. Ci salva il fortunoso corridoio disboscato da Diana. Più su cessa l’intrico e si sale per magri e ciottolosi prativi. Compaiono piano piano gli alberi con il loro suggestivo abito autunnale. Compare un terreno ben nutrito nel quale sono rigati sottili passaggi. Si alternano piccoli canaloni che ci fanno ridiscendere e poi risalire. Nel fitto del bosco e sotto le rocce sommitali s’apre la “Grotta dei briganti” dalla cui volta geme uno lento stillicidio. La pozza sottostante fornisce refrigerio all’assetato Dogo. Noi non abbiamo sete, ma piuttosto la voglia di emergere finalmente sulla cresta, anche per il rendez-vous col gruppo A. Ed il contatto è realizzato. Il gruppo proviene da est, poiché la cima della Savina è in quella direzione. Qui ci disperdiamo, ancora in maniera triplice: chi si volge ad oriente verso quella cima, chi ad ovest verso un ulteriore cocuzzolo, più vicino al Ninno, chi si ferma, contento di aver guadagnato la dorsale e contemplato (grazie al dissolversi della nebbia) la gloria del Varco del Paradiso, che incombe tra l’affascinante ed il minaccioso, tra gli ultimi fumacchi delle nuvole, grigio nel cielo grigio. Il ritorno non ha storia, se non quella di una comune discesa in ordine sparso lungo il versante sud. Dogo e Willy tentano il suicidio lungo le balze più scoscese; qualche raggio di sole finalmente arriva e consente a Diana di mostrarci, giustamente orgogliosa, la sua Acerno, distesa in uno scenario che è ancora verde. Medito intanto sul triangolo di vie, sul triangolo delle montagne, sulle mie (tre!) precedenti ascensioni alla Savina che ricordavo diverse. E’ cambiata la montagna o sono cambiato io? Come mai la lunga ed abbastanza agevole (almeno fino a un certo punto) groppa di una volta si è trasformata in un succedersi di puntute e scorbutiche creste sospese nel vuoto? Dove è finito quel praticello sommitale ove trovammo lo spazio per sostare e cantare? Dove sono gli alberi abbracciati in realistico amplesso, che segnavano un comodo valico per scendere nell’alta Valle del Calore? Tutto pare perduto, tutto pare scomparso, come dissolto nel misterioso triangolo della Savina…. Non mi danno risposta od utili riscontri né la lettura delle carte, marezzate da strettissime ed indecifrabili curve di livello, né le odierne guide (Diana e Salvatore) portatrici di diverse e solide esperienze. Esse, peraltro, hanno un problema ben più grave delle mie fantasie: Sandro col suo gruppo VIP non è ancora tornato alla base. Il vino buono, pertanto resta chiuso nella sua auto. A casa di Diana quindi sarà solo un vino industriale ad accompagnare le squisitezze autenticamente artigianali che i nostri anfitrioni hanno predisposto. L’occasione di socialità e di amicizia ha un inevitabile momento di malinconia: la naturale sensazione della mancanza di Lorenzo e Pasquale, sinora sempre attorno a questo tavolo. Ma, alla fine, cantando per la montagna, cantiamo anche per loro. Francescopaolo Ferrara
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