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CRONACHE  PICENTINE  (e non)

 

L’ORIGINE DEL MONDO

Quando si scrive o si parla della montagna,  si pone solitamente l’accento sugli spazi sconfinati, sulla lontananza  indeterminata degli orizzonti, in genere sull’infinito, il quale, come si sa, non ha né principio né fine.

Ma esiste anche la prospettiva opposta: la montagna come inizio e come limite, come punto di origine di tutto un mondo, reale e visivo, come qualcosa al di qua ed al di là del quale non esiste nulla.

Simili pensieri, astrusi e contraddittori, mi sono nati nella mente domenica scorsa (21/11/10) ripercorrendo le balze meridionali dell’Accellica-Nord, da Serino ai Piani di Giffoni.

Questo itinerario intrigante e selvaggio mi aveva sempre infuso una strana ed indistinta sensazione che mai ero riuscito a chiarire e che  questa volta invece ha preso man mano corpo lungo la via.

Una via sovrastata da  rocce sommitali forse solo vagamente alpestri, ma solenni e  possenti nel loro incombere. Il cielo si affaccia appena sopra di esse e le nubi ora grigie ora bianche ne accentuano il colore bruno violaceo. Percorriamo il sentiero che taglia a mezza costa le ruvide balze della montagna. Il tracciato, ora su pietrisco, ora su guide d’erba ancora viva e di foglie ormai morte, è nel primo tratto abbastanza agevole. La Serra Colle del Ferro, perpendicolare all’Accellica, divide l’Infrattata dal Picentino e sembra sbarrarci il cammino, ma ci dà grate visoni panoramiche sui Piani ancora lontani, sullo spuntare del Ninno, sulla ricchezza della vegetazione, ora vivida di sempreverde, ora calda dei colori autunnali. Poco più innanzi il pietrisco ha da tempo rivelato tutta la sua inconsistenza precipitando franoso. Siamo costretti ad evitarlo risalendo a monte un più sicuro tratto di roccia.

Aumentano le acque e le cascate: talora scivolano quiete seguitando a levigare da millenni e millenni le rocce; talora precipitano possenti e sonore da lontane ed invisibili altezze. Le due più belle fra loro  gareggiano e si specchiano:  precipitano  da due opposti  scenari, l’una di fronte all’altra..

Precipitiamo anche noi verso la zona della grotta e di un’ ultima ed ancor più bella cascata.

Ma prima dovremo calarci in malagevole discesa fino ad  un’area circolare che confonde ogni orientamento e direzione, risalire sui bordi scivolosi di un ennesimo ramo d’acqua, attraversarlo saltellando sulle pietre affioranti,  arrampicarci infine su uno scorbutico spallone tappezzato di foglie zuppe di pioggia,  che celano l’insidia di legni e legnetti.

Ad un poggio sotto la grotta e  sopra l’ultima cascata ci dividiamo. Il gruppo speleo, munito di corde e  lanterne, è pronto ad introdurci nei misteri del sottosuolo ed in particolare nella fantastica sala “delle bambine che giocano”. Altri scendono subito a contemplare l’altissimo salto in cui l’argento dell’acqua si confonde con le felci,  i muschi ed il calcare formando un unico meraviglioso fenomeno.  Altri ancora faranno  entrambe le cose,  ma c’è pure chi si ferma e medita.

Medita  su quella strana questione del principio e della fine, del finito e dell’infinito……, dell’ origine del mondo.

E pur sapendo bene che il versante opposto (settentrionale) dell’Accellica é consistente e corposo, oltre che coperto quasi fino alla cresta da fitte faggete, ora svettanti, ora contorte; che ai loro piedi scorrono pacifici i primi rivi del Sabato e del Calore, sorvegliati dai robusti contrafforti del Terminio; che i prati di Barrizzulo fanno da vestibolo alla musica dello Scorzella…… tuttavia  lo nega e lo dimentica, non ci crede e non vuole crederlo. E del resto pure quei rivi,  possenti o discreti che siano,  non costituiscono un preciso un segno?  Non è forse vero che l’acqua sta all’origine della vita e del mondo? E la grotta stessa non è testimonianza di una scaturigine profonda ?

No, dietro le ruvide balze che abbiamo appena attraversato non può esserci altro. Queste balze così forti, così definitive, così decise, non possono avere altro dietro o sopra di loro. Esse sono come un limite ineludibile, come un perentorio ed insuperabile fondale. Davanti a loro si, davanti a loro si distendano pure e si aggroviglino come vogliono colli ed alture, canaloni e prati, gobbe e dorsali, ma dietro no.

E non è vero che i Picentini sono composti da tre costole alterene: a nord ovest il Terminio, al centro la lunga linea spezzata che va da San Michele  al Cervialto passando per Accellica e Raie,  a sud est il Polveracchio. Lo ha detto e descritto Giustino Fortunato, ma chissà che ha visto, chissà dove è stato.

Quello che abbiamo visto (almeno chi scrive e forse qualche altro che come lui ha la testa fra le cime e le nuvole) oggi, quello che  sentiamo è che tutto principia da questo vallo,  virtuale e reale.

Vogliamo essere sinceri fino in fondo?  Non è vero che il mondo è rotondo. Il mondo è piano ed è poggiato su questa possente, fantastica ed adorata quinta montuosa. Il mondo è tutto qui,  superficiale e ipogeo, terrestre e celeste, universo e selvaggio.

E’ l’ Accellica  l’origine del mondo !

Francescopaolo Ferrara