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il "bollino" del 2013


CRONACHE  PICENTINE  (e non)

 

10 febbraio 2013

 

quota 1091

 

Spesso nei resoconti storici relativi alle guerre guerreggiate ci si imbatte in indicazioni anonime di località conquistate, tenute, perse e riprese. In genere si tratta di zone collinari di poca importanza oggettiva, ma che ebbero ad assumere importanza vitale nel  corso di una determinata azione bellica.  Il paragone calza, se  calza,  per un  piccolo rilievo situato nel comprensorio del Terminio, alle spalle dei ben più grandi massicci dell’ Accellica e della Serralonga,  cioè relativamente ad un cocuzzolo senza nome e non più elevato di 1091 metri. 

Questa cima, peraltro, non era nemmeno la meta prevista e programmata della nostra puntata sci-escursionistica del 10 febbraio, condotta a ranghi ridotti, essendosi i più dispersi per altre vie e magari con altri mezzi. La nostra finalità era solo quella di godere delle abbondanti nevicate del periodo, sfidando le minacce del grande freddo e della viabilità,  problematica  appunto per la neve. Era ancora fresco, infatti, il ricordo della fine di gennaio dello scorso anno, occasione in cui non potemmo procedere oltre la via di casa Rocchi, ci arrangiammo con un parcheggio del tutto precario, ci accontentammo di sciare tra vacche impaurite, pastori incazzati e balle di paglia recate in soccorso dei bovini imprigionati nei loro ricoveri.

Questa volta  la situazione è migliore; lo stato della strada ci consente di arrivare sino al deposito Anas (km 17 circa della via del Terminio) e di parcheggiare più o meno decentemente nell’attigua ma pur innevata piazzuola.

Il cielo è grigio, ma il freddo non è poi insopportabile. Prendiamo la comoda via (opposta al deposito) che costeggiando la Serra di Lacerone volge ad est fino al nodo di Barrizzulo e da quest’ultimo si cala giù fino al Varco  Finestra.

La neve, almeno per il primo tratto, ancorché fresca, non si attacca ai legni. Un residuo minuscolo sfarfallio di puntini nevosi ci fa temere un ulteriore accumulo sotto le ruote del veicolo del nostro ritorno. Ci incoraggia però il profilarsi di un opaco disco solare debolmente trasparente sotto la cortina uniforme del cielo.

Siamo presto alla sbarra del bivio tra Capannulo (fondo valle Sabato) e Barrizzulo. Prendiamo naturalmente quest’ultima direzione, a sinistra, in lieve salita. Qui abbiamo la sorpresa di uno strato più molle ed attaccaticcio che rende faticoso il nostro cammino. Scioliniamo, ma senza grandi risultati. Dopo un po’ spicca inatteso nel centro della via un tappeto verde-bruno: lo ha disteso aprendosi la via una nota sorgente, raro e parsimonioso refrigerio estivo, ora abbondante ed allegra. Ci destreggiamo tra pietre, rivoli e muschi, ma presto il manto riacquista la sua integrità, purtroppo pesante. Più avanti però la situazione torna favorevole: la strada si inclina in lieve discesa e reca (forse per diversa esposizione) uno strato più sottile di neve. Procediamo quindi con un minimo di scioltezza fino al bivio di Barrizzulo. 

Qui occorre deporre gli sci per calarsi nella sottostante via che da un lato (ovest) reca al Faggio Scritto-Valli Cinquanta e dall’altro (est) verso la Serralonga. Optiamo per quest’ultima soluzione. La discesa è più decisa e consente maggiore scioltezza

Siamo presto alla prima radura alla nostra sinistra, quella che costituisce il vestibolo del sentiero che precipita nel Vallone Scorzella. Perlustrando l’armonioso pianoro abbiamo una lieta sorpresa: l’esplosione di un cielo azzurro che prima non avevamo percepito, essendo l’ultimo tratto di strada chiuso da scarpate e vegetazione.

Le nubi si vanno lacerando; solo l’Accellica trattiene un ultima cortina grigia, ma alla fine dovrà arrendersi anche lei.

Qui matura il proposito bellicoso della conquista di una posizione, dominante.

Non doveva essere qui dietro una sorta di cocuzzolo panoramico, elevato sul Vallone Scorzella, aperto a nord su Sassosano, Cercetano e Tufara,  esposto a sud sotto le maestose pareti  della Serralonga e dell’Accellica?  Doveva, ma non vi si accede da questa radura; ce ne deve essere un’altra. Ma si, è la successiva, ci conferma Alfredo mandato in esplorazione. Occorre solo affrontare la fatica della risalita di un ulteriore costa ed il brivido di una discesa più decisa delle precedenti.

Riconosco il sito: attraversato quest’altro piano, in fondo a sinistra la via riprende con ancora una discesa. Ma non questa seguiremo; affronteremo invece lo sforzo di una impegnativa risalita (anche senza sci) fino alla cima che ci affascina alla nostra sinistra.

Si affonda sempre di più, la pendenza è sempre maggiore: una sorta di cespuglio verde emerge dalla neve e sembra indicare la vetta. Ma così non è. La quota definitiva (scopriremo poi essere 1091) è ancora oltre, ma di poco, per fortuna. Ansimando ci attestiamo presso l’obiettivo dei nostri sforzi, poggiando su tronchi e massi opportunamente emergenti.

Il sole è ormai dominatore assoluto, la giornata è definitivamente azzurra. Premio migliore per le nostre fatiche non potevamo sperare. La stessa Accellica, talvolta severa e dispettosa, oggi ci sorride, squadernando le sue pareti di un indefinibile bruno-violaceo, punteggiate di bianco e sormontate da una gloriosa luminosità. Pochi rami della stenta vegetazione della nostra piccola cima fanno da cornice al nostro magnifico quadro.

Ma se le teste sono riscaldate dal sole, così non sono piedi, avendo l’ultima salita fornito ai nostri scarponi ampie e penetranti razioni di neve.

Occorre comunque discendere Un ‘ultimo nostalgico sguardo ad un contesto panoramico che difficilmente ritroveremo e via; prima rotolando lungo la dorsale del nostro cocuzzolo e quindi recuperando gli sci che si dimostrano renitenti all’attacco per la troppa neve ghiacciata ingurgitata.  A tratti, gli alberi appena mossi da un episodico venticello ci regalano divertenti spolverate di neve. Prima radura, seconda radura, risalita al Barrizzulo. La fatica si fa sentire, specie lungo quella che all’andata era stata una comoda discesa, ma il tempo comunque vola. Siamo lungo la strada del ritorno, luminosa più che mai e dominante sulle prime valli del Calore e del Sabato. Volgendoci indietro salutiamo le Raje di Acerno, esse pure innevate e per qualche momento sormontate da sciarpe nuvolose. Verso sud ovest invece nessun ostacolo impedisce la vista della Valle del Picentino, del grumo di case di Giffoni ed ahimè dei grattacieli del cementificio che però, visti di qui possiamo anche scambiare per lontane torri di un castello antico.  E più avanti si apre addirittura la vista dello specchio del mare, dorato dall’inizio del tramonto.

Nulla di più dunque possiamo pretendere, nulla di più possiamo constatare, se non che la conquista di una anonima e modesta  quota 1091 vale quanto la vittoria di una battaglia, se non di una guerra, di quella  guerra che noi preferiamo.

 

Francescopaolo Ferrara