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il "bollino" del 2010
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CRONACHE PICENTINE (e non).Piccolo Cabotaggio
(19 e 26 aprile - 3 maggio 2009 : sul Cercetano e sulla Tufara, cime minori del massiccio del Terminio, con l’aggiunta di un salto al Pizzo San Michele)
Anche le grandi navi sono costrette talvolta al piccolo cabotaggio, se non andare in disarmo. Con questo parallelo marittimo chi scrive - ed altri – si sono consolati per la loro momentanea diserzione rispetto a più impegnative escursioni, dedicandosi a mete minori. Lo spunto proveniva da passate esperienze ed in particolare dal ricordo di una avventurosa esplorazione del versante sud del Cercetano (per i profani: siamo in area Terminio) finita tra l’insidia di rovi che nascosti alla base di alte ginestre falcidiavano le gambe improvvisamente nude degli escursionisti. Questa volta, data la stagione, il rischio non c’era. Eccoci dunque, in piccolo gruppo, il 19.4, a contornare il piano Verteglia per tuffarci poi nel Varco della Creta, tra Sassosano e Cercetano. Un agevole tracciato in salita –a destra-, ci invita verso quest’ultimo, lasciando a sinistra gli stradoni che si calano giù verso il Vallone Fiumicello o che risalgono, poi verso il Sassosano. Ad intervalli piccoli scrosci di pioggia tentando di dissuaderci, ma facciamo finta di niente e ben presto siamo allo scoperto; risaliamo senza sentiero ma senza difficoltà alla dorsale di cima del Cercetano e guadagniamo presto la vista dell’Accellica e del suo corteggio minore: Felascosa, Serra del Caprio, Serralonga. Più lontano ad est ci irridono le ultime nevi del Cervialto; non si distinguono invece quelle del Polveracchio, che appare azzurrognolo e sfumato sull’ultimo orizzonte. La cresta termina in breve. Ci attira la vista del sottostante vallone Scorzella, e del Raio della Tufara. Fantastichiamo di calarci nelle loro profondità, ma l’andamento verticale del versante ci fa comprendere presto che si tratta di un sogno impossibile. Seguiamo allora la comoda discesa di nord ovest rituffandoci tra gli alti faggi: con sorpresa e disappunto discerniamo un nastro grigio di asfalto e dopo di lui i mattoni del ristorante la Bussola. Lo evitiamo ributtandoci nel folto (dopo aver attraversato la strada) fino ad uno dei più copiosi rivoli delle Acque Nere, che allegramente attraversiamo. Risalita quindi al Rifugio Cantraloni ove si sosta, appena infastiditi da una qualche brezza e dalla puntura di una pioggerella intermittente. Ma l’unico disappunto è quello della brevità della giornata, appena attenuata dal pittoresco aggiramento del laghetto dell’acqua delle Giumente prima del ritorno a Verteglia. Va da sé che la ricognizione dei luoghi deve essere completa, anche al fine della proposizione di una più completa escursione ufficiale. Ed anche per tale scopo (oltre che per accidenti impeditivi della partecipazione all’impegnativa escursione di Monte Garofano) domenica 26 siamo di nuovo in zona. Rettamente Michele Cirino propone la partenza dal Varco del Faggio, più naturale e foriera di una frequentazione più ampia. Il sentiero segue a mezza costa il versante nord della Felascosa, tra faggi alti e diritti, ricchi di tenere e verdissime foglie novelle. E’ necessario evitare le pur invitanti conche e percorrere quando si presentano le dorsali che le dividono, tenendosi per lo più a sinistra. Dopo la più alta, si discende rapidamente ma agevolmente fino all’incrocio con lo stradone che viene da Varco delle Bocche. Qui terminano le ultime pendici orientali della Felascosa e si aprono quelle occidentali della Tufara. Le risaliamo con calma, affacciandoci di tanto in tanto sul baratro dello Scorzella. Il punto più prominente è presso una piccola guglia rocciosa; appoggiandoci ad essa possiamo sporgerci un po’ di più, affascinati dal vuoto, desiderosi di annullarci nella sua profondità che fallacemente promette un abbraccio di vita anziché di morte. L’istinto di conservazione e la ragione prevalgono; retrocediamo a piccoli passi sul sentiero ed anzi ne evitiamo la prosecuzione esterna per ritirarci al sicuro su un comodo poggio, una delle tante gobbette della Tufara, dove sostiamo per scorrere ancora il panorama, noto ma sempre intrigante, dell’Accellica e delle cortine a lei prossime. Lo stesso panorama, con aperture e dettagli diversi, ritroviamo poco dopo, sulla cima più orientale della Tufara. Sotto di noi è l’omonimo Raio, che la separa dal Cercetano, teatro della precedente escursione. Accarezziamo l’idea di discendervi per congiungere i due itinerari, invitati da una sterrata che sembra portare nella direzione giusta. Affrontiamo rugginosi attraversamenti di recinti spinati, posti a proteggere i castagneti quiescenti, ma solo per constatare ancora una volta che è la montagna che comanda noi e non viceversa. La strada gira e ci prende in giro menandoci in quella direzione nord che avevamo inizialmente scartato. Siamo alla fine sullo stradone che scende agevole e diritto al Piano delle Acque Nere; resta comunque utile aver ribadito la distinzione fra gli accessi – da nord- al Cercetano (Varco La Creta, da Verteglia) ed alla Tufara (Acque Nere e parte alta del Raio della Tufara, con eventuale attraversamento del Rio) A questo punto volgiamo verso il Varco del Faggio, virando ad ovest, lungo la strada bassa che costeggia il Piano delle Acque Nere, tante volte battuta, con sci e scarponi. Nel silenzio dei luoghi, appena rotto dal vocio di un gruppo di scout che leva le tende piazzate presso l’Acqua della Pietra, meditiamo sui futuri sviluppi del cabotaggio e sul suo problematico completamento. Rinunziamo però la domenica tre maggio allo sviluppo dell’indagine, per rientrare nel seno della compagine caina, tuttavia restando nel filone del piccolo cabotaggio. Mentre i forti sono in Tuscia per un lungo Week-End, noi ci accontentiamo di ascendere al Pizzo San Michele dall’Acqua Carpegna, escursione veramente breve, tant’è che meditiamo di allungarla almeno al ritorno con un tuffo dalla Serrapiana al Santuario di San Michele di Basso. Il cielo è grigio, ma fidiamo nella buona sorte goduta nelle scorse domeniche. Il gruppo, variopinto e numeroso, dopo la restaurata costruzione dell’Acquedotto, si snoda rilassato lungo l’agevole mulattiera che porta alla cima. I faggi sono giovani e verdi; ci lasciamo alle spalle le imponenti rocce dei Mai e sotto di noi l’amena conca di Calvanico con i suoi tetti rossi. Meno gradevoli, invece sono i parallelepipedi dell’ Università, che ci danno spunto per discettare sul “crescent” che dovrebbe adornare l’erigenda “Piazza della Libertà” presso il Lungomare cittadino. Tracce di cingolati ci preannunciano i rumori di piccoli mezzi meccanici che hanno consentito ai fedeli di San Michele di trasportare gli attrezzi occorrenti per dare una buona ripassata al sentiero in vista della prossima solennità del Santo: 8 maggio. La lapide del 1616 ricorda al “devoto passeggier che stanco e lasso ad adorar Michele affretta il passo” di non consumare in questi luoghi “ li cibi pascali” Sarà perché la prescrizione viene ignorata, sarà per la perturbazione proveniente dall’ Atlantico, ma quando arriviamo presso la Cappella sommitale inizia una pioggia sottile ma costante che spegne ogni entusiasmo. D’altronde una lunga e grigia cortina che si avanza dal Vesuvio e dai Lattari ci avverte che stavolta il fenomeno non è passeggero. Vogliamo tuttavia ancora ingannarci sperando che giunti al bivio della Serrapiana possiamo optare per la programmata deviazione, tanto più che lì è stata lasciata un’auto con funzione di navetta. Ci rannicchiamo abbracciati sotto gli ombrelli, ci copriamo alla meglio con impermeabili di ordinanza o improvvisati, scivoliamo rapidi, ma senza cadere, su pietre e fango. Alla Serrapiana l’esito del breefing è negativo: la pioggia non cessa, fa d’uopo tornare a valle e riprendere, “in disordine e senza speranza” la via dell’andata, quella stessa via che avevamo risalito “con orgogliosa sicurezza”. Firmato Diaz, anzi Ferrara Francescopaolo Ferrara |