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il "bollino" del 2013


CRONACHE  PICENTINE  (e non)

 

22 settembre 2013

 

Passa la fanteria ...

 

Passa la fanteria dei cinquantanove escursionisti della domenica, accorsi in numero inversamente proporzionale al minimo dislivello altimetrico del percorso, accorsa con composizione di varia età ed umanità, con soci vecchi, nuovi e nuovissimi, con  vispi e paffuti pargoletti.

Passa sferzata da un freddo inatteso e mal riparata da spiegazzate KWAY o da ripescati maglioni; passa dopo una impaziente e forzata conta tra i due grossi faggi che sono come i pilastri del cancello della via che mena al Rifugio degli Uccelli costeggiando il letto delle relative Acque, scavato fino all’osso dalle piogge torrenziali, ma attualmente asciutto.  

I pochi sfuggiti al preoccupato direttore di testa, nel rotondo vestibolo iniziale saggiamente si fermano e sono quindi indirizzati a destra lungo la comoda via che prosegue in direzione est. La coda è controllata da  Paola Vitolo, alla sua prima esperienza direttiva, ma già efficiente sicura nel suo accattivante sorriso e sostenuta del resto da una lieta tifoseria di familiari ed amici .

Passa la fanteria, proseguendo spensierata lungo la via facile ed  attraversa  senza vergogna la strada asfaltata che è al suo termine, per calarsi poi nello scivolo che immette nell’ampio pianoro del Pizzillo, ove pure gli asfodeli sono ormai secchi. I faggi che contornano il piano, però, sono ancora verdi: solo qualche foglia comincia ad ingiallire. Passa la lunga e sgranata sequela, sfiorando  il bivio che scende al Monastero del Monte di Montella, e risale quindi il valichetto che porta al Piano di Verteglia.

Il Piano è abitato dal non cospicue mandrie, forse pigre ed infreddolite, comunque incuranti di noi. Qualcuno cita il finale di “Davanti San Guido”: “Ma un asin bigio rosicchiando un cardo rosso e turchino non si scomodò...”  Maggior successo riscuote un bel gruppo di cavalli biondi intento all’abbeverata; la direzione prega di non disturbarli !

Il Piano viene percorso lungo la sua massima circonferenza, nella speranza di visitare le due presenze d’acqua che di solito lo arricchiscono. Speranza vana; ad onta di un’estate relativamente piovosa, l’inghiottitoio è ridotto al fango; la sorgente è del tutto asciutta e senza di essa si perde anche la scenografia del monumentino di roccia e di arbusti da cui  scaturiva.

Nel segno della facilità e della comodità di questa escursione dopolavoristica, si prosegue lungo il Piano, appena nobilitato dalla mole allungata dal Sassosano; si costeggia il sentiero attrezzato per i diversamente abili, appena costruito e già in rovina.

Complici i primi raggi di sole, l’allegra fanteria vorrebbe già sostare, ma i severi sergenti lo vietano: è appena mezzogiorno e non è questo il luogo stabilito. Non lo è nemmeno il  Rifugio Verteglia, dove però è concesso un biscottino ed un breve incontro con un gruppetto di praticanti del Nordic-Walking, intenti alle loro diligenti esercitazioni.

Marcia, marcia fanteria e scendi al Laghetto dell’Acqua della Madonna e ti sia data libertà di fotografia con il suo sfondo; attraversa quindi l’ultimo asfalto, ignora il vicino ristorante e infilati lungo la sterrata del rifugio Candraloni. La direzione promette un vicinissimo arrivo agli immancabili affamati. Non mancano però fanti più diligenti e scelti che condotti da Michele Cirino, genius loci, effettuano una breve deviazione per l’Acqua delle Giumente (questa c’è!)

Alt e sosta finalmente sull’ameno poggio del rifugio Candraloni ove il sole è quasi del tutto vincente.  Al rompete le righe ognuno si accomoda come può e come vuole: chi ai tavoli, chi contro le mura, chi disteso a gambe e braccia aperte come a farsi crocifiggere dai raggi.

Alla ripresa viene annunziato e promesso il momento più avventuroso e suggestivo dell’escursione: la discesa e l’affaccio presso l’ampio e misterioso  anfratto della Grotta Candraloni, sottostante alla strada, nel quale precipitano e scompaiono le acque della omonima sorgente che trovasi appena a monte ed è una delle tante del complesso delle Acque Nere.

Ma l’acqua non c’è più e viene invano evocata dagli sciatori del gruppo, adusi a vederla scintillare ed  sentirla cantare con il corteggio bianco della neve. Il luogo è comunque notevole: i più agili si calano sino all’ enorme portale di ingresso, esortati alla prudenza dai preoccupati direttori. Ciò non impedisce all’ardito ed ardente Aldo di trascinare fino in fondo una minorenne la quale, peraltro, appare degna ed entusiasta dell’impresa.

La strada facile ed univoca non favorisce il ricomporsi del gruppo che prosegue sgranato ma senza impacci fino al valico del Varco del Faggio, dove al mattino, dopo faticosi calcoli aritmetici, erano state sistemate alcune auto destinate riportare gli autisti a riprendere quelle lasciate alla partenza.

Qui Paola corona il suo compito egregiamente eseguito offrendo la torta del noviziato.

Ma non è (solo) per questo che tutti brindiamo alla sua impresa.

L’impresa, del resto, nell’appagamento della giornata, tutti possono dirsi convinti di averla realizzata, sia pure negli obiettivi limiti di un’escursione quasi turistica.

Sono infatti queste le occasioni in cui nascono e si sviluppano i primi fondamentali elementi della vita caina, i cui nasce e cresce l’amicizia dei soci tra loro e di ciascuno con la montagna, in cui si gettano le basi per più seri e rilevanti impegni.

E voi che siete già capaci di questi più severi impegni, voi che siete già alpinisti, vogliate considerare che i fanti, marciando in amicizia ed entusiasmo, aprendo gli occhi alle prime meraviglie della montagna, accogliendo tra le proprie fila ogni arco di età, costituiscono il nerbo e la base di ogni sezione caina; (almeno di quelle poste sotto il trentottesimo parallelo!)

 

Francescopaolo Ferrara