prima  pagina

notizie dal mondo CAI

newsletter

organi e statuto

storia della sezione

territorio

attività

calendario escursioni

alpinismo giovanile

alpinismo arrampicata

sci-escursionismo

tutela_ambiente_montano

gruppo speleologico

sentieristica

pubblicazioni

il Varco del Paradiso

cronache picentine

i libri di vetta

i martedì del CAI

flora

fotografie

varietà

Giffoni Film Festival

link  e  meteo

la sede

contattaci

.

il "bollino" del 2013


CRONACHE  PICENTINE  (e non)

 

martedì 7 maggio 2013

"Viaggio Alpinistico tra le montagne della terra"

incontro con Onofrio Di Gennaro, vulcanologo esploratore

 

l'origine di Onofrio

 

Almeno per i soci più anziani Onofrio Di Gennaro non ha bisogno di presentazioni. Del resto, se non personalmente tutti lo conoscono almeno per fama.

Del pari, non c’è bisogno di fare riferimento al suo curriculum associativo: Presidente della Sezione CAI di Napoli, Consigliere Centrale del CAI, primo Presidente della Commissione Regionale di Escursionismo, autore di numerose pregevoli pubblicazioni, protagonista di incontri e conferenze e concorsi fotografici dedicati con professionalità e passione alla montagna.

A proposito di curriculum interno non possiamo dimenticare la particolare vicinanza di Onofrio alla sezione di Salerno, in proprio e quale esponente di punta della maggiore consorella napoletana.  Ciò sia nei momenti stessi della nostra delicata fondazione, che paradossalmente videro una qualche difficoltà burocratica e perplessità nella stessa Sezione Napoletana, ma giammai da parte di Onofrio, sia nelle numerose preziose occasioni di incontri, feste e ricorrenze.

Naturalmente ben più eclatante è il curriculum vissuto da Onofrio sul campo. Egli iniziò, anche trasgredendo alle giuste remore degli adulti, lanciandosi da solo o con pochi altri avventurosi negli anni stessi della fanciullezza: Meta, Gran Sasso, Etna. Poi Monviso e quindi  via con l’Alpe: Bianco, Gran Paradiso, Cevedale, Gran Zebrù, Marmolada. Quindi ancora via per il mondo: Ararart, Kilimangiaro, Ruwenzori, Aconcagua (con alcuni nostri  soci tra i quali il carissimo Marco Capone), Island Peak in Himalaia. Sopraggiunge quindi la folgorazione per i vulcani ai quali dedica ben 35 spedizioni (Cotopaxi, Chimborazo, Popocatepetl)

Quale la molla che ha spinto e spinge il nostro (non badate ai suoi capelli bianchi) a ricercare ancora nuove cime, nuove wilderness a non terminare mai il suo giro alpinistico della terra che stasera avremo la ventura di vivere con lui?

Le spiegazioni sono tante, se ci sono e se vale la pena di cercarle a fronte di una passione che spiegazioni non vuole e non tollera.

La sfida (la lotta con l’Alpe si diceva una volta)?  Non credo, non è nel carattere d Onofrio scevro di qualsiasi connotazione di aggressività, sia verso gli uomini che verso la natura.

La contemplazione, quella stessa che fece dire a Francesco Petrarca  di aver scalato il Mont Ventoux “sola vivendi cupiditate ductus”? Ma Onofrio non è Petrarca: è un po’ di più e un po’ di meno  del poeta. 

Meglio sarebbe porre, come solitamente avviene, l’accento sugli spazi sconfinati, sulla lontananza  indeterminata degli orizzonti, in genere sull’infinito, il quale, come si sa, non ha né principio né fine.

Tuttavia, tuttavia esiste anche la prospettiva opposta: la montagna come inizio e come limite, come punto di origine di tutto un mondo, reale e visivo, come qualcosa al di qua ed al di là del quale non esiste nulla. Tale intrigante e strano pensiero, forse astruso e contraddittorio, ho concepito riflettendo su Onofrio Di Gennaro, sulle sue imprese, sulla sua perenne ricerca della montagna, pensando in particolare ed alle sue particolari esperienze,  alla sua particolare passione per i vulcani. Non è forse vero che essi sono forse (forse) all’origine del mondo? Non è che dalle forze immense delle viscere della terra che il nostro mondo è nato, vive e si evolve tuttora?  E dunque Onofrio nella sua ricerca  (non so se lo sa, ma può rifletterci)  capovolge il concetto di infinito al quale tende. Lo capovolge non calandosi nel buio e nel fuoco (…. sarebbe capace anche di questo) ma rendendo omaggio alle manifestazioni esterne e sommitali di quelle grandi forze originarie. Salendo sulle gigantesche cattedrali che queste forze hanno costruito. Componendo in una sintesi unica e peculiare altezza e profondità, fine ed origine.

Ma non è solo questo: quando lui  - e noi con lui nel nostro piccolo - ci troviamo su di una via sovrastata da  rocce sommitali ed alpestri, solenni e possenti nel loro incombere,  quando il cielo si affaccia appena sopra di esse e le nubi, ora grigie ora bianche, ne accentuano il colore bruno violaceo; quando percorriamo un sentiero sospeso sulle ruvide balze della montagna; quando una parete improvvisa sembra sbarrarci il cammino e reclama l’arrampicata - ma poi ci lascia altrettanto all’improvviso intravedere scorci panoramici grati ed inattesi - quando percepiamo acque  che talora scivolano quiete seguitando a levigare da millenni e millenni le rocce ed altra volta precipitano possenti e sonore da lontane ed invisibili altezze; quando nevi e ghiacciai ci abbagliano in tutto il loro splendore…… proprio allora, allora noi - e lui con noi - neghiamo e dimentichiamo, (pur sapendolo bene) che nel versante opposto del monte che stiamo percorrendo ci sono corposi boschi, vallate e pianure e talora anche la realtà urbanizzata; non ci crediamo e  non vogliamo crederlo. No, dietro le ruvide balze che abbiamo appena attraversato non può esserci altro. Queste balze così forti, così definitive, così decise, non possono avere altro dietro o sopra di loro. Esse sono come un limite ineludibile, come un perentorio ed insuperabile fondale. Davanti a loro si, davanti a loro si distendano pure e si aggroviglino come vogliono colli ed alture, canaloni e prati, gobbe e dorsali, ma dietro no.

In tutte queste occasioni e tante altre simili, più grandi (per lui, più piccole per noi) siamo insomma presi da un’ansia di definizione e superamento della mera ricerca della sfida, della contemplazione dell’immensità,  siamo pervasi dal desiderio profondo di attingere appieno il senso del finito e dell’infinito.

E’ proprio allora cioè che siamo portati a chiederci se la montagna oltre a significare spazi sconfinati non possa essere considerata come inizio e come limite, come punto di congiunzione tra il finito e l’infinito, come origine del mondo.

Salendo sulle  gigantesche cattedrali che le  forze originarie hanno costruito,  componendo in una sintesi unica e peculiare altezza e profondità, fine ed origine, Onofrio ricerca ad un tempo questa fine e questa origine, ci ha aperto e ci apre una via.

Seguiamolo per quanto ci è possibile; saliamo con lui all’origine del mondo.

 

Francescopaolo Ferrara