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il "bollino" del 2014


CRONACHE  PICENTINE  (e non)

 

4 maggio 2014

 

Lumie di montagna - Una raccolta inattesa a Diecimare

 

Tutti sanno o dovrebbero sapere che la lumia, profumatissimo cugino del limone che fiorisce in terra di Sicilia, non ha nulla a che vedere con la montagna e tanto meno può essere raccolta là.

Eppure, per gli strani scherzi dell’andar per monti una simile raccolta è capitata a tre piccoli (per meta, ma purtroppo non per età) escursionisti ufficiosi della domenica, assenti dal programma CAI per motivi contingenti.

Per questi stessi motivi e per essere da qualche tempo mancati sul campo, scegliamo (avevamo scelto) un modesto itinerario picentino in zona Terminio. Ma l’itinerario si fa ancora più modesto una volta che, varcata la galleria di Serino, ci troviamo oppressi da una pesante coltre di nuvole grigie. Un rapido dietro-front ci riporta verso il sole del versante salernitano che avevamo improvvidamente lasciato.

Già durante l’andata tuttavia si era pensata una via di fuga ed erano state, tra le altre, adocchiate le coline di Decimare, area modesta ma comunque verde, amena e baciata dal sole. Scegliamo, in particolare di ripercorre, alla ricerca del tempo perduto,  il breve ma piacevole itinerario che risale al Piano da Capo Saragnano per il Varco Uccua, tratto che fu percorso solo una volta in gita ufficiale nel lontano 1986. Si affollano i ricordi dei primi compagni ed accompagnatori, primo fra tutti Sabatino Landi, Mario Ardizzone, Donato Di Matteo, Aldo Tisi, Giuseppe Pierri, Enzo Petrone Nomi oggi sconosciuti ai più per la maggior parte.

Il sole ci accompagna poco, ma quel tanto che basta per incoraggiarci e far splendere il cristallo di una inattesa o meglio dimenticata cascata appena celata in un anfratto a lato del nostro cammino. La via è erta e sassosa, ma allietata da un verde costante e tenero, rappresentato dalle più varie essenze. Dai tornanti sporgenti all’esterno constatiamo che la marina è ancora tutta azzurra e che le spalle vellutate di varie sfumature di verde della Bastia, del monte Stella e di Monte Monna sono esse pure ancora solatie. Più lontano, oltre il mare, la sagoma piramidale dell’altro Monte Stella, quello del Cilento.

Ad un bivio, contro il parere dei miei compagni, prendo a destra ritenendo di dover aggirare il colle da nord. Ma dopo qualche curva appaiono ancora i tetti rossi di Baronissi ed ancora è percepibile la bassa valle dell’Irno. La strada finisce bruscamente trasformandosi in un sentiero che cala a capofitto verso valle. Pur tentati al tuffo, lo evitiamo: il sommitale pianoro di Decimare é dall’altra parte.

Riguadagniamo il bivio per risalire sulla via di sinistra, dalla quale ore scendono virtuosi e colorati ciclisti, in evidente acrobazia sul terreno ripido e puntuto di sassi.  Per noi l’erta si impenna ed intuiamo che la direzione è quella giusta poiché si attenua l’incombere delle scarpate e si percepisce in alto una luce più diffusa. Ci preannuncia il varco (varco Uccua 550 m) lo sferzare del vento. Possiamo comunque distenderci nel lungo corridoio verde e finalmente tappezzato solo di erba e di rena del Piano Decimare. Espongo (a richiesta) ancora una volta la mia interpretazione secondo la quale la denominazione non ha nulla a che vedere col mare, ma se mai con le “decime” ovvero col tributi che gravavano il fondo. Di fronte a noi è la Forcella della Cava (852 m), a destra il varco Ceraso (720 m) che mena a Spiano di Mercato San Severino, a sinistra il varco Decimare, in direzione della Foce di Pellezzano. Su tutto, il castagneto secolare proprio del sito, nobilitato da abeti maestosi e possenti.

Ci accolgono gli scalini dell’antico casino dei Farina ove consumiamo il rito di un breve ristoro. Breve, poiché breve è stata - ed era stata programmata  - l’escursione ed anche perché non cessano la copertura nuvolosa ed un venticello pungente e fastidioso. Ancor più breve è la discesa durante la quale il sole dispettosamente riappare. Ma non siamo disponibili a recriminazioni: breve ed elementare doveva essere questa nostra ripresa di contatto con la montagna e d’altronde ogni contatto con lei riserva sempre preziosi frutti.

A proposito di frutti: ci imbattiamo al termine del cammino nella padrona e signora dei luoghi, conoscenza che risale all’infanzia di chi scrive, solo episodicamente comparsa qualche iniziativa del CAI del tempo antico, la quale ci fa dono di un luminosissimo cesto di limoni, corposi e dorati.

Un dono graditissimo per il suo valore intrinseco e per il garbo della donatrice, ma che soprattutto percepiamo come proveniente dalla montagna stessa, come una delle piccole e grandi gratificazioni che essa ci sa offrire: Lumie di Montagna. !

 

Francescopaolo Ferrara