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il "bollino" del 2014


CRONACHE  PICENTINE  (e non)

 

15 giugno 2014

 

Le legioni di Quintino - ancora tra Sassosano e Cercetano

 

“Varo, Varo rendimi le mie legioni!” Così ebbe a gridare Augusto nel 9 d.c. dopo aver appreso che tre legioni romane guidate dal governatore Publio Quintilio Varo erano state sconfitte e massacrate dai Germani nella foresta di Teutoburgo.

Per gli strani scherzi della memoria e della montagna questa invocazione mi è tornata alla mente la scorsa domenica mentre meditavo in sosta in un suggestivo spiazzo boschivo del monte Cercetano, nell’area del Terminio.

Certamente, la faggeta del Cercetano non è la foresta di Teutoburgo, il Quintino a cui ho pensato non era Quintilio Varo, ma il più moderno Quintino Sella e soprattutto (guarda caso!) io non sono Augusto. Tuttavia…tuttavia la faggeta era fitta ed oscura, sì da poter essere considerata idonea agli agguati e in ambito Caino un Quintino val bene un Quintilio. Quanto alle legioni,  vedremo tra un poco di quali schiere si tratta.

Prima va spiegato da quale “impresa” io ed i miei pochi accompagnatori fossimo reduci.

La spiegazione è semplice. In difetto di forze e di bus utili per le escursioni in zone lontane (i soci non amano prenotare) i deficitari e gli attempati optano per il piccolo cabotaggio. D’altro canto anche l’ escursionismo minore offre interessanti spunti, sia dal punto di vista esplorativo che paesaggistico. Soprattutto possono soddisfarsi tante piccole curiosità; nella specie, quella di verificare dove portano le varie sterrate che si dipartono dall’ampia spianata di Verteglia. La più nota va verso il Piano Foa e quindi consente di guadagnare la dorsale del Sassosano. E le altre?  Partendo appunto dall’angolo sud-est di Verteglia e dopo breve salita ci caliamo in una serie di conche boscose di faggi ed allietate da lucidi agrifogli, tra i quali fanno ogni tanto capolino simpatiche arvicole. L’ondulazione è alterna. Dopo circa un’ora e dopo un’ultima breve impennata la strada diventa sentiero.  Alla nostra destra precipita il vallone Fiumicello, affluente dello Scorzella, ma non lo vediamo, fitta e rigogliosa essendo la cortina della vegetazione, ricca di ogni essenza.

Il tracciato si impenna tra roccette e tappetini di foglie, ma è praticabile e segnalato da bolli rossi. Nel suo punto più alto (1180 metri) desistiamo. La nostra meta era solo la verifica della destinazione della via, non il Fiumicello e lo Scorzella, che oltre tutto richiederebbero una lunga e faticosa risalita di ritorno. Diverso sarebbe stato se ci avesse atteso qualcuno all’opposto capolinea. 

Con il dietro-front rimaniamo in zona per soddisfare un’altra piccola curiosità: avevamo notato all’inizio un altro ramo sterrato a destra. E’ brevissimo e si trasforma subito in sentiero, esso pure breve, che reca ad un minuscolo affaccio sullo Scorzella. C’appena lo spazio per sostare e per intravedere tra la vegetazione la mole imponente dell’Accellica. Più oltre non  si va: le pareti, per quanto verdi, sono orridi scoscendimenti. C’è solo il tempo di discutere fra noi poiché qualcuno insiste nel confondere il Fiumicello col Raio della Tufara. La carta (che un venticello dispettoso vorrebbe strapparci dalle mani) gli dà torto.

Ancora indietro e ancora una mini-esplorazione in zona. Tornati sulla sterrata che costeggia Verteglia in direzione ovest, prendiamo la salita che mena al Varco della Creta e quindi al Cercetano. Qui la situazione è abbastanza nota e nemmeno abbiamo intenzione di raggiungere la sommità del monte, ma solo di guadagnare un agevole punto di sosta. Il punto è la radura di cui si parlava all’inizio. Radura armoniosa e confortevole, però contornata da un oscuro esercito di faggi evocante misteriose presenze. Ed allora, sostando - e forse pisolando - viene fuori la reminiscenza storica opportunamente adattata.

Guardandomi attorno e numerando con le dita di una sola mano i miei pochi (ed attempati ed ahimé coetanei), compagni, non posso fare a meno di rielaborare un piccolo ma già consolidato cruccio: oggi - ed anzi da qualche tempo - non ci sono più le belle e folte legioni caine di una volta. All’epoca “storica” riempire un pullman era uno scherzo e tutti insieme e appassionatamente si partiva per qualunque meta, facile o difficile, vicina o lontana che fosse.

Col passar del tempo si sono raffinati (o complicati) i gusti e le esigenze; i più hanno acquisito una cognizione del territorio tale da consentire l’autonomia; si sono creati  gruppi più o meno omogenei per capacità, velocità, simpatie e quant’altro.

L’istituzione unitaria è dunque divenuta federativa. Nulla di male. Tutto ciò è frutto di una naturale e diffusa evoluzione e della maturazione delle esperienze.

Questo dal punto di vista razionale. Dal punto di vista sentimentale invece il discorso é diverso e nulla potrà impedire a qualcuno - o a più di uno - di rimpiangere il bel tempo antico e di rivolgersi a Quintino Sella, fondatore del Club Alpino, implorando: “Quintino, Quintino rendimi le mie legioni … se non a me rendile almeno alla montagna!”

 

Francescopaolo Ferrara