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il "bollino" del 2014


CRONACHE  PICENTINE  (e non)

 

31 agosto 2014

 

Le vie del direttore (e degli altri):

le problematiche vie della Raiamagra

 

Prima che qualcuno si meravigli del titolo osservando che non v’è nulla di più facile che salire alla Raiamagra (c’è perfino la seggiovia!) chiarisco subito.

La problematicità non è oggettiva, ma soggettiva, ovvero derivante dai vari individui e dalle varie individualità.

Tal’è il messaggio della scorsa domenica che come al solito sintetizzeremo alla fine.

Per ora incominciamo a notare che era direttore di escursione un veterano di tutto rispetto (Enzo Apicella) il quale aveva scelto un elaborato itinerario che con un po’ di su e giù e interessanti variazioni sul tema, accoppiava Montagna Grande e Raiamagra. Cospicuo è il numero dei partecipanti e si notano vecchi e nuovi soci. Ma abbiamo appena il tempo di rallegrarci di questa unità che sorgono i primi rilievi: subito infatti i primi tre rifiutano l’attacco del Vallone Raiamagra, scelto dal direttore, per affrontare la salita dal vallone senza nome, appena più arretrato rispetto alla zona degli impianti. Ci salutano con un “ci vediamo in cima” venato di sufficienza. Qualche altro esperto pure fa le sue osservazioni, ma segue comunque il gruppo, salvo a distaccarsi in seguito, come poi si vedrà.

La pista del Vallone Raiamagra viene subito abbandonata (come è giusto che sia) e saliamo lungo una ex sterrata ricca di terreno umido e biancheggiata di sassi.

Il fitto della faggeta ci garantisce ombra e frescura, ben gradite in ragione della ripidità dell’avvio. Il gruppo si sgrana a seconda delle età e delle forze. Dopo un’ampia e armoniosa radura lasciamo i tornanti dello stradello e affrontiamo direttamente la costa della monte. Vane sono le pur furtive occhiate bramose di funghi o fragole; le piantine di queste ultime abbondano, ma non sono nemmeno fiorite. Il graduale aumentare della luce rende sempre più tenero e chiaro il verde del sottobosco.

Il direttore assicura che la meta è prossima ed è più o meno così. Lo constatiamo quando finalmente raggiungiamo quella sorta di prato in mezzo al cielo che costituisce la cima della Montagna Grande. Il presidente lo certifica vergando nome e quota con un pennellino nero sul bianco di un sasso.

Rifiatiamo osservando non tanto l’intero panorama quanto la  fitta e verdissima parete nord della Raiamagra che ci appare come un immensa onda incombente su di noi, quasi prossima a travolgerci, sospinta da quelle stesse forze che nella più remota preistoria ebbero a sollevarla dal profilo terrestre.

Ma abbiamo appena il tempo di apprezzare questa suggestione e di bere qualcosa, oltre che di constatare che stiamo perdendo altri pezzi, ovvero altri consoci desiderosi di firmare un itinerario proprio.

Il direttore sospinge i superstiti a rotolare lungo un simpatico spallone che ci fa perdere circa cento metri della quota faticosamente guadagnata e ci mena al valico del Colla del Sacrestano. Da qui pagheremo la corsa fatta in discesa risalendo la parte più  ostica ed erta della pista nordica. Risalirla zigzagando è solo un palliativo. Il muro è muro e va goduto tutto, fino alla quota 1627 che costituisce la nostra cima; appare infatti superfluo raggiungere la cima vera e propria, affollata da coloro che sono saliti in seggiovia e bivaccano comodamente al rifugio Amatucci.

Noi bivacchiamo con i consueti panini autarchici  e non prendiamo più nota delle ulteriori defezioni. Nemmeno potremmo farlo quando siamo distanziati sulla lunga dorsale che scende al promontorio ovest della montagna (la c.d. Loggetta) e nemmeno possiamo godere di un particolare panorama, verso di noi muovendo una cospicua, ma fortunatamente sterile nuvolaglia.

Dalla Loggetta dietro front e direzione est, tornando al Colle Sacrestano.

Solo qui e prima di calarci lungo la discesa diretta della pista da sci, percepiamo che il gruppo si è praticamente dimezzato a seguito di varie opzioni.

Varie opzioni, che forse non sono sintomatiche solo della scelta di una via piuttosto che di un’altra.

Esse sono positive in quanto significative dell’esperienza ormai maturata da tanti, ma senz’altro negative dal punto di vista associativo.

Il problema fondamentale dell’escursione sociale (e sottolineo sociale) infatti non è tanto quello di scegliere la via migliore e più bella o magari di dimostrare di essere più bravi e accorti del direttore di turno, ma piuttosto di avanzare in armonia di intenti e di cuori.

La scelta della via è infatti anche una scelta di vita, di una vita che tanto fra le mura della Sezione che fuori essa deve vederci camminare insieme.

Solo insieme infatti può veramente raggiungersi la vetta.

 

Francescopaolo Ferrara