|
il "bollino" del 2010
|
CRONACHE PICENTINE (e non).IL FONDO del BARILE
Chi raschia il fondo del barile è disperato, affamato, arrabbiato o semplicemente goloso? Forse tutte queste cose insieme. E con tutti questi stati d’animo insieme, il sei gennaio scorso abbiamo battuto l’ultimo strato di neve sottile e precario, invidiando i colleghi del nord e maledicendo lo scirocco ed i rialzi termici, repentini ed inesorabili, che nel volgere di quarantott’ore avevano azzerato le nevicate della metà di dicembre e dell’inizio di gennaio. Scoraggiati, impediti o non sufficientemente motivati gli altri, siamo solo in tre. La febbrile e reiterata consultazione dei siti meteo lasciava appena qualche speranza: le piogge avrebbero insistito più sulla Campania che altrove e si sarebbero attenuate intorno a mezzogiorno. Puntiamo pertanto su Campitello Matese, fingendo di ignorare la sua prossimità al confine campano e fidando sulla sua quota. La pioggia scroscia pressoché costante per tutto il percorso stradale. La nebbia e le nuvole ci impediscono di valutare la situazione neve. Meglio così: quando giungiamo sotto Campitello apprezziamo appena qualche striatura, alta fra i canaloni. Ma ormai siamo partiti ed arrivati, su dunque a vedere….il lago. Tale si presenta infatti il pianoro di Campitello, intorno al quale si aggirano sconsolate ed incerte due o tre comitive di gitanti della domenica, discese da mastodontici bus. Decidiamo anzitutto un sopralluogo per verificare se è residuato un qualche innevamento sulla strada per Bocca della Selva, nostro percorso designato. L’approccio è scoraggiante: dopo aver a malapena superato una sorta di fossato pieno di acqua, fango e residui di ghiaccio, ci imbattiamo in un grosso spazzaneve, nero uccellaccio dalle ali aperte che sbarra la via all’auto e ci impedisce persino di affacciarci a verificare cosa c’è dietro di lui. Rimandiamo il sopralluogo a miglior tempo e ci rifugiamo intirizziti e indispettiti in un bar, di malavoglia consumando una torta di mele dal sapore di plastica. La pioggia non cessa; pertanto non solo indugiamo nell’esercizio ma ci riduciamo a deambulare in un centro commerciale, contro ogni decenza ideologica. Ma il trascorrere del tempo cronologico riesce ad influire in qualche misura sul tempo meteorologico. Intorno a mezzogiorno, come previsto, sembra che non piova più; l’uccellaccio spazzaneve è andato via; possiamo avventurarci lungo un percorso appena velato da un tappetino misto di neve, ghiaccio e acqua sul quale si può comunque scivolare. Pensiamo alle problematiche condizioni di discesa e pensiamo ai “tecnici” del nostro gruppo, che mai si sarebbero adattati a sciare (?) in queste condizioni. Ma a noi basta il fondo del barile e disperatamente lo raschiamo. Ci sospinge del resto il vento che, quando soffia alle nostre spalle, ci esonera dallo spingere, anche in salita. Quando invece spira di fronte occorre piegarsi, puntare i bastoncini e aspettare che si calmi almeno un poco. Qua e là comincia ad apparire una coltre nevosa più consistente; essa però è sulla strada e non possiamo scendere nelle divertenti vallette che la affiancano, siccome puntute di sassi e gobbette sterpose. Lì non ci saremmo comunque diretti perché la fitta nebbia ci costringe a seguire la guida della strada, senza avventurarci al buio in un labirinto di conche e dossi tutti uguali, dove avremmo rischiato di girare in tondo cercando una via di uscita. Alle folate di vento si accompagnano quelle di pioggia, rade per fortuna. Ma la costanza è premiata poiché dopo un’ora di cammino siamo sull’agevole e divertente discesa, ben innevata, che conduce alla Baita, altre volte nostra meta minima, per oggi massima. Ci accompagnano vistose tracce di canide che battezziamo di lupo. Ma giunti alla valletta della Baita quello che sentiamo è un inconfondibile latrato canino. Non si capisce se l’amico abbai per avvertimento o per invocare compagnia, solo com’è, abbandonato nella neve. Non si capisce nemmeno se sia legato o libero. Lui non si avvicina e noi non lo avviciniamo. Ci appollaiamo invece su di una strana altalena che dapprima sembra fare il suo mestiere abbassandosi sotto il peso maggiore ed elevandosi dal lato del peso minore, ma che poi rimane insensibile lasciando fondo schiena a terra l’agile donzella che assume di pesare di meno del cavaliere assestato sul lato opposto e che resta invece a mezz’aria. Mentre rispolveriamo le nostre remote nozioni di fisica, sulle leggi dei gravi e delle leve viviamo un attimo di euforia e di illusione. Si apre in alto uno squarcio azzurro e colora di toni finalmente vivi il bianco della neve, i tetti della baita, l’oscurità dei faggi. Ma dura poco. Sulla via del ritorno ancora una volta fischia il vento, urla la bufera e ci percuote la pioggia. Il tutto a corrente alternata, però. Non manca anzi uno strano riverbero arancione nella lontana apertura dietro Campitello. Che si siano incendiati i suoi alberghi? Ovviamente è soltanto un qualche riflesso di sole al tramonto che tenta (invano) di farsi strada. Sfioriamo il canalone ove in altra occasione due di noi si affondarono (vedi la cronaca “Per chi suona la campana” – 19.1.2008), sfioriamo la Croce, sfioriamo le baracche e gli stazzi, ma dobbiamo attenerci alla strada. Nello strano silenzio che regna, sottolineato ma non offuscato dal vento, due miraggi acustici: il vibrare di un gard-rail pencolante viene scambiato per la voce del cagnone. Che si sia deciso a raggiungerci? E ancora meglio (o peggio) ci suggestiona una sorta di scampanio. Da dove proverrà? La cappella di Campitello è lontana. Forse un allarme, forse la ricerca di alpinisti sperduti. Come nei migliori spot pubblicitari si tratta solamente di un cellulare. Del resto non è la prima volta nella storia del nostro CAI: in altra occasione qualcuno si illuse di aver captato il canto di un uccello esotico e sconosciuto. Ma almeno allora si era all’inizio della telefonia mobile. Siamo di nuovo agli strati sottili, ma per fortuna le componenti ghiacciate sono meno frequenti di quanto avevamo rilevato all’andata. Ciò nonostante qualcuno cade e tasta l’asfalto affiorante con il ginocchio. Qualche altro prudentemente toglie gli sci. Non vale la pena di rovinare alla fine una giornata guadagnata contro ogni speranza. E su questa giornata meditiamo lungo la via del ritorno quando, diradate le nubi più fitte, occhieggiano dalle scure colline i molisane i più chiari colori delle case, evidenziate dall’ultima luce. E la meditazione oscilla tra la soddisfazione e l’ apprensione. Soddisfazione per aver comunque raschiato, apprensione per avere però toccato il fondo. Insomma, ma quand’è che questo barile lo troveremo finalmente pieno ? Francescopaolo Ferrara |