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Grazia

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CRONACHE  PICENTINE  (e non)

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G R A Z I A

                             

Mai una grazia fu così rapidamente concessa. L’avevamo invocata (dalla Befana?) il sei gennaio e subito dopo (il 10/1) ci è stata elargita.

Si parla della neve, ovviamente: avevamo chiesto di trovarne un barile finalmente pieno (vedi la cronaca precedente: “Il fondo del barile”).

La risposta positiva si annuncia squillante già dalla città;  bianca e rassicurante appare tra gli anonimi casamenti la facciata meridionale del monte Monna. E più oltre, il San Michele, bianco fino alla Serrapiana ed anche più giù. Subentra se mai l’opposta preoccupazione di una qualche difficoltà di transito. Ma così non è; pur accogliendoci subito dopo Bagnoli una fitta nevicata, la circolazione è sicura e scorrevole. Perdurano i fiocchi mentre ci raduniamo alla Lucciola e pienissimo è il barile del Laceno. Il tempo di indugiare nel bar e tempestivamente la caduta rallenta ed anzi un beneaugurate raggio di sole si affaccia ad illuminare il Piano.

Si parte dunque, impazienti e grati, verso il crocevia del Colle del Leone. Lì decideremo.

La neve  fresca non ci ostacola più di tanto; più tardi comincerà ad attaccarsi sotto gli sci, ma basterà l’azzurra sciolina di Rossana

Gli otto vagoni del nostro treno avanzano sicuri, allegramente mitragliati dai grumi di neve che i rami scossi dal nostro passaggio con diabolica precisione ci infilano nei colletti.

Il Cervialto è avvolto dalle nuvole e pure sbarrato è il valico verso Acerno, provenendo da sud la perturbazione;  alle nostre spalle invece persiste il chiarore.

Man mano che si procede matura nel più deciso il proposito: “circuito della Raiamagra”, poiché le condizioni della neve, né troppo molle, né troppo dura lo consentono; basterà solo fare i conti con l’orologio. Angelo,  esordiente ma forte della sua gioventù, accoglie il progetto con entusiasmo. Diana,  reduce da Vipiteno dove ha contratto il virus della canalina (leggi binario tracciato) fa osservare che tornando sui nostri passi potremmo fruire dei nostri solchi. Desiderio miope ed avaro.   Tornare sui propri passi dimezza il gusto dell’escursione ed il ritorno è sempre una sorta di rinuncia. Per ora non decidiamo. Si vedrà a valle d’Acera.

Dopo la Fossa del Caprio i faggi si fanno sempre più dritti, alti e regolari e conferiscono solennità ad un paesaggio già visto tante volte, ma sempre nuovo ed amato.

Gli attributi, peraltro, sono esauriti ed inadeguati: meraviglioso, magico, fiabesco…..

Più prosaicamente, a Valle d’Acero qualcuno mette mano alle provviste. Paro tempestivamente il colpo: sono appena le tredici, abbiamo il tempo di effettuare il periplo (della Raiamagra) ma se ci fermiamo ora e soprattutto se mangiamo prima della salita alla Loggetta non gliela faremo più. Con qualche mugugno i panini vengono riposti ed il boccone già introitato viene trangugiato sommariamente. 

Corro avanti per evitare ripensamenti. Tuttavia al Varco della Pica matura un ammutinamento,  sia pur contenuto. E’ Diana che proclama fiera il proprio dietro-front, già lontana alle mie spalle. Salvatore ancorché fresco e vigoroso non può che seguirla.

Rimane però un’ampia e qualificata maggioranza ad affrontare la salita, complicata dalle onde di una  neve corposa, modellata dal vento che soffia generoso sulla Loggetta e che ha ammassato una spessa coltre grigia sopra l’Accellica. Pertanto non la vediamo. Impediti nella visuale e frustati dagli elementi, curviamo subito a destra per raggiungere un angolo più riparato.

La via è nota, ma abbiamo la sensazione di esserci persi in una sorta di giungla intessuta da particolarissime liane: sono  i rami dei faggi che, curvati sotto il peso della neve formano gli arcuati ostacoli di un inestricabile labirinto. Ne usciamo presso il nostro posto tappa, una radura solitamente destinata ai nostri pasti. Posti a sedere: sugli zaini e sugli sci; riscaldamento: assente.

Ci sistemiamo alla meglio. Adriana sembra un grazioso folletto sprofondato nella neve. Rossana resta in piedi. Angelo invece non siede né sosta, ma spende le sue inesauribili risorse di entusiasmo ed energia salendo e scendendo dal dosso che chiude la radura alle spalle. Dalla sua sommità può scorgersi un tratto del Piano Laceno, chiaro e sormontato da strisce azzurre. Si presenta invece oscuro, quasi un tuffo nel buio, il primo tratto della successiva  via che ci attende.

Altre discese, ancora più ardue seguiranno. Chi le affronta in velocità,  chi cercando scampo e rallentamento attraverso le contropendenze delle scarpate, chi scalettando. La  morbidezza della neve limita i danni.

Passiamo come in sogno bivi e tornanti, godiamo le fasi alterne delle nevicate e delle schiarite. Queste ultime ci rivelano fasce di azzurro, di argento e di oro. Le sormontano alte nuvole bianche che nel velario degli alberi incombono quali candide  pareti innevate.

L’accumularsi dell’acido lattico rende le gambe più rigide e favorisce qualche caduta.  Concorre la frusta di qualche ramo dispettoso.

La testa del gruppo sosta a lungo all’ultimo bivio, quello sopra Vallepiana in attesa dei ritardatari. Angelo torna indietro a cercarli, assicurandosi che non si sono persi, ma che è solo un problema di stanchezza: siamo partiti alle 10 e sono le 16; brevissima è stata la sosta.

Altra attesa nel rotondo circolo di Vallepiana; ne approfittiamo per individuare bene la via laterale che punta diritto al Lago. La imbocchiamo finalmente riuniti,  prima  tra i faggi alti e  poi  tra le vecchie ginestre,  incappucciate di bianco come grossi cavoli.

Un ultimo valichetto e poi occorre scalzarsi. Ma ciò non vale per Antonella e per Angelo che riescono a fare acrobazie per quasi tutto il sentiero che ha preso il posto della sterrata.

Sono le 17 quando giungiamo alla Cappella di Santa Nesta e siamo all’imbrunire.

Angelo corre avanti per recuperare l’auto e rilevare i più stanchi, ma fallirà l’appuntamento. Proseguiamo lungo lo specchio grigio-blu del lago, grigio infatti è il cielo sia per le nuvole che per l’ora; di un indefinibile colore scuro, si presentano invece le montagne che circondano il piano.

Le auto sfrecciano poco più sopra di noi ma quest’ultima volata ci dà ancora la sensazione della piena libertà di un remoto paesaggio innevato.

La falsa luce dell’imbrunire cela la profondità di un cunettone e mi procura l’ultima caduta. Chi viene da dietro vede solo due punte di sci agitarsi nell’aria, come ad invocare soccorso. 

Il ricordo corre al festoso branco di cani che ci accompagnò due anni fa (vedi la cronaca “Ballando coi lupi”- 27.12.2007) in analogo finale.  Come evocato, accorre un affettuoso cagnolino che dopo gli annusamenti rituali mordicchia i miei sci per capire - forse  - se si tratti di appendici naturali o artificiali. Ci segue quindi fino alla Lucciola.

Sono le 17 e 30 ed il buio è calato.

Non abbiamo altre grazie da chiedere se non quella di una bevanda calda.

Francescopaolo Ferrara


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