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il "bollino" del 2013


CRONACHE  PICENTINE  (e non)

 

2 giugno 2013

 

fuga dal Vesuvio

 

Chiariamolo subito: il risveglio del nostro terribile vulcano (per ora) non c’entra. C’entra invece la storica escursione intersezionale celebrativa dei 150 anni del CAI, per l’appunto destinata al Vesuvio. Non c’entra nemmeno lei, anzi, se non in senso negativo, dal momento che qualcuno l’ha disertata ed è fuggito alla ricerca di verde e di acque - in luogo di lave e lapilli - e qui lo confessa.

La ha disertata sostituendola, per giunta, non con un’escursione meritevole di qualche nota o minimamente impegnativa. No invece, ma con una escursione rotondamente “T”, appena giustificata dall’alibi di dover effettuare un sopralluogo per una futura uscita di programma.

Comunque sia, la confessione va fatta fino in fondo e la fuga va debitamente descritta, a costo di aggravare più che attenuare il misfatto.

E’ un giugno anomalo: freddo, minaccia di pioggia, allagamenti. Per questa domenica 2.6.013 è tuttavia prevista una provvidenziale finestra di variabilità. I pochi transfughi, giunti sul Terminio ovvero al Piano d’Ischia, si riparano alla meglio dalla bassa temperatura e  risalgono la via che mena al Rifugio degli Uccelli, gravida di foglie e fango, costeggiando il letto delle relative Acque, scavato fino all’osso dalle piogge torrenziali. Nel rotondo vestibolo iniziale prendiamo a destra lungo una comoda via che prosegue in direzione est. Lungo il suo lato sinistro si intravedono profonde e suggestive conche che ci inviterebbero all’esplorazione, illudendoci di chissà quali misteriosi scenari. Pur tentati, non ci avventuriamo, ma proseguiamo senza pudore lungo la via facile. Del pari,  attraversiamo  senza vergogna la strada asfaltata che è al suo termine, per calarci poi nello scivolo che immette nell’ampio pianoro del Pizzillo,  meta di facili e remunerative scorribande degli  sciatori di fondo.

Di solito, giunti al margine di nord est del piano, sciatori e non deviano a destra per superare il colletto che immette al Piano di Verteglia, sfiorando  il bivio che scende al Monastero del Monte di Montella.  Stavolta abbiamo deciso con temerarietà (!) di tentare una via incognita, quella di sinistra di cui ignoriamo la destinazione. Trattasi di una  discesa ripida,  ma sempre ampia e comoda secondo lo stile della giornata.  Va decisamente verso N-E, tant’è che quando la vista si apre, invece di contemplare il resto dei Monti Picentini, scorgiamo Nusco e la serie di dorsali basse e allungate che preludono all’Adriatico. A stento si intravedono le ultime propaggini delle alture che spalleggiano il Laceno. Dritto in basso sotto di noi, non più monti, ma i castagneti e le campagne peraltro deserte della periferia di Montella. Lo scenario inconsueto in certo qual modo ci attrae e ci inviterebbe a tuffarci, ma poi? Al primo bivio, allora, ci teniamo a sinistra e così ancora al secondo. Tanto più che questo secondo risale e quindi promette di riportarci alle nostre quote. La strada ancorché violata da un tappetino di asfalto è immersa in uno scenario gradevolissimo di erbe, di fiori, di odorosi e foltissimi biancospini. Dietro di loro i faggi, più che mai eterni e possenti. Ma presto si annuncia l’uomo: bottiglie di plastica abbandonate ed altri oltraggi ci annunciano che siamo vicini alla strada principale. Sbuchiamo infatti sulla statale del Terminio e siamo costretti percorrerla per un tratto che per fortuna si rivela inopinatamente breve  e ci riporta all’ingresso del Pizzillo. Da un lato siamo delusi perché l’esplorazione si è rivelata minima,  dall’altro siamo lieti di tornare in pieno ambiente montano. Riattraversiamo il Pizzillo ed i suoi prati di asfodeli, torniamo a sfiorare il bivio per il sentiero dei Pellegrini che scende al Monastero del Monte. Risaliamo il valichetto che ci  congiunge al Piano di Verteglia.

Il Piano non è ancora abitato dalle mandrie che lo popolano nella vera stagione estiva. Lo percorriamo lungo la sua massima circonferenza, sì da vistare le due presenze d’acqua che lo arricchiscono. La sorgente è una sola: il primo fenomeno è costituito da un inghiottitoio, dunque è il suo contrario. Le acque infatti vengono dal Piano e inattesamente e senza parere si infiltrano in una tranquilla parete di terra, appena scavata. Ci chiediamo quali percorsi sotterranei esse faranno  e se e dove sbucheranno per arricchire il maggiore corso dello Scorzella, così come è probabile. L’altra invece è una sorgente vera e propria, scenograficamente scaturente da un monumentino di roccia e di arbusti: il corso va in senso contrario di quello precedente e sia avvia deciso verso il piano, disegnando un amabile nastro di argento. Lo guadiamo (si fa per dire, basta un passo) e ci avviamo decisi verso l’ex rifugio Principe di Piemonte anch’esso deserto.

Nel segno della facilità e della comodità di questa escursione dopolavoristica proseguiamo lungo il Piano, appena nobilitato dalla mole allungata dal Sassosano; costeggiamo il sentiero attrezzato per i diversamente abili, appena costruito e già in rovina.

Sostiamo al Rifugio Verteglia baciati da un sole provvidenziale che si avvia a rompere definitivamente le nuvole.

Dopo la sosta, la discesa al bel Laghetto dell’Acqua della Madonna e quindi ci industriamo ad inventare  percorsi atti ad ignorare l’asfalto per chiudere il circuito e completare la fuga.

Una fuga certo poco onorevole,  per l’occasione sociale tradita, ma non per il suo contenuto: pur nella sua forma questa volta modesta la montagna (e lasciatemelo dire quella picentina) ancora una volta ci ha dispensato i suoi doni ed il suo incanto.

 

Francescopaolo Ferrara