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il "bollino" del 2012


CRONACHE  PICENTINE  (e non)

 

29 luglio 2012

 

l'escursione più impegnativa

 

In uno dei suoi racconti più belli, Dino Buzzati, scrittore che fortemente amava la montagna, narra di uno strano ed apparentemente inspiegabile fenomeno.

Ogni mattina, camminando nel suo giardino, incontra difficoltà sempre maggiori e segna passi sempre più incerti. Scopre ogni mattina nuovi inciampi  sul terreno, per lo più piccole fosse, Scoprirà alla fine che trattasi dei suoi amici perduti e che è la loro perdita a rendere sempre più penoso il suo andare.

Così per noi: avevamo appena finito di raccogliere i fiori della tristezza derivati da altre recenti perdite, quando abbiamo dovuto registrare quella di Alberto Sparano.

Anche in questo caso però, dopo aver incespicato nel dolore e nella incredulità, abbiamo subito ripreso il cammino

Lo abbiamo ripreso anche materialmente, segnati da una peculiare coincidenza. Domenica 29 luglio Alberto  avrebbe dovuto condurci in una delle zone a lui più care: il Monte Pennone, nel comprensorio del Marzano-Eremita.

Il primo e più ovvio impulso, il primo inciampo, fu quello di annullare del tutto l’uscita. Altrettanto naturale sopraggiunse, tuttavia, il desiderio di realizzare ugualmente l’escursione e di realizzarla proprio nel nome e nel ricordo di Alberto, come se lui fosse con noi. L’efficiente Attilio Piegari ricostruisce i suoi passi e ci conduce lungo il tracciato del Pennone.

Con qualche esitazione, ma certi che l’iniziativa sarà compresa, invitiamo con noi la famiglia di Alberto.

E così ci ritroviamo la mattina del 29, ad onta delle annunciate difficoltà di Ulisse, Caronte ed altri accidenti africani, sulla piazza di Colliano, a scambiare i primi abbracci con Gustavo, Giovanni ed Ida Sparano, le cui fattezze scrutiamo ansiosi per ritrovare quelle di Alberto, per averlo in qualche modo fra noi, anche attraverso le somiglianze.

Ma più che le fattezze cogliamo subito la simpatia, l’affetto, l’umanità che il genitore ha trasmesso loro.

Ci incamminiamo quindi con grande amicizia, come se la famiglia di Alberto fosse la nostra e come se il CAI fosse la famiglia di Alberto.    Fosse ?   E’!

La presenza fitta e costante dei giovani faggi ci accompagna per tutto il percorso che si snoda con lievi ondulazioni in quel particolare universo che è costituito dal Gruppo Marzano-Eremita, fatto di cime non eccelse ma pieno di suggestive collocazioni.

La sensazione che prevale è quella di trovarsi in un ambiente separato e diverso: potresti essere dovunque, non sei a pochi chilometri dall’abitato, puoi raccoglierti, e ritrovarti, superiore e distaccato, nel cuore della natura. E di raccoglimento e di ritrovarci abbiamo particolarmente bisogno oggi:  il  raccoglimento è il clima della nostra escursione.

Come templi si aprono e si susseguono ampie ed armoniose radure tondeggianti, come templi le cui colonne sono faggi altissimi e possenti. Non abbiamo bisogno di immaginare che in queste radure, in questi prati così verdi, possa improvvisamente sbucare il vivace Alberto, pronto ad illustraci emergenze geologiche e naturalistiche, serio  e faceto al momento opportuno, pronto anche a punzecchiare e ad essere punzecchiato. Non abbiamo bisogno perché lui è con noi, perché il suo ricordo ci ha indelebilmente segnati.

Ed il ricordo prende anche forma esteriore allorché in una di quelle radure  tentiamo il canto del “Signore delle Cime”, con voci incerte sia per l’emozione che per la povertà dei nostri mezzi vocali. Il canto però nasce sentito e forte dai cuori.

In qualche modo consolati dalla fraternità del canto e più ancora dalla dolcezza della nostra montagna, proseguiamo il nostro itinerario, fino a raggiungere una delle cime del Monte Pennone. Qui sostiamo accompagnati da una piacevole brezza, che amiamo immaginare esserci stata mandata da Qualcuno lassù, quale pegno di consolazione, quale  simbolo di speranza e di vita.

La cima è cosparsa di vegetazione, ma su di essa si erge un singolare e luminoso scoglio bianco: lo eleggiamo “Roccia di Alberto” e formuliamo il proposito di inserirvi una piccola targa in ricordo del nostro amico.

Ed il ricordo di Alberto resta in ognuno di noi in forme particolari, legato magari a particolari momenti ed episodi.

Quello più bello forse - e che tutti li riassume è espresso dalla bellissima fotografia - che accompagna questa cronaca e che Giovanni Guerra ebbe a scattare ad Alberto che si allontanava in un magnifico bosco autunnale.

Egli (e noi con lui) così significativamente saluta il suo compagno di tante escursioni e direzioni:

“Nell’autunno della vita ti sei incamminato per l’escursione più impegnativa e senza ritorno, quella che conduce alla luce oltre la vita! Arrivederci Alberto!”

Francescopaolo  Ferrara