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il "bollino" del 2010
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CRONACHE PICENTINE (e non).E LUI RIDEVA
(28 febbraio 2009: Una giornata di sole sul Polveracchio)
Scricchiolava il ginocchio dal menisco lacero; gemeva la cervicale sotto la trazione dello zaino; protestava l’inguine stirato…… e Lui rideva. Rideva, alto e splendente come non mai, traforando il precario schermo degli alberi spogli, affacciandosi sovrano al di sopra delle pur pingui dorsali, spuntando prepotente dietro ogni curva appena aperta verso un po’ di mezzogiorno. Lui era il sole, naturalmente, un sole di cui ci eravamo persino dimenticati, che poco e breve avevamo visto nelle scorse escursioni, per lo più vissute in epoca di giornate corte e di frequenti - e peraltro gradite - nevicate. L’ultimo giorno di febbraio, invece, pare già primavera. Il sole è caldo e abbondante e ci rinfresca a tratti appena uno zefiro; meno male che la neve resiste in quantità inusitate. Valeva allora la pena di anticipare l’escursione domenicale e di provare il rimorso dell’abbandono dei gruppi ufficiali, sotto la spinta delle (puntuali, stavolta) previsioni meteo e degli impegni familiari della domenica. Siamo solo in quattro; i potenti mezzi fuoristrada di Diana servono appena. Infatti alla Caserma del Gaudo l’innevamento è già presente ed ostacola anzi la programmata risalita in auto a più alte quote. Ci proviamo lo stesso, per una volta violando il nostro codice ecologico e dimenticando gli accidenti altre volte mandati agli esecrati Suv. Arriviamo appena al bivio ove si dipartono le due principali strade di risalita, giusto per infossarci in una cunetta dalla quale usciremo per miracolo, spingendo, sbuffando, sudando e paventando di dover richiedere soccorsi ad Acerno. Girato ed accostato il veicolo in qualche modo, riusciamo finalmente a calzare gli sci alle 10 e 30 passate. E Lui, altissimo ed abbagliante, fa sempre più pieno il suo riso. Ride forse del nostro ottimismo e dell’ingenuo proposito di arrivare ai Lagarelli (quota 1660) partendo da quota così bassa (1150), ride se qualcuno applica le pelli di foca temendo di scivolare troppo, mentre invece… Si parte. All’inizio la neve sembra dura, anche troppo, ma presto comincia a cedere sotto gli sci. Per ora non ce curiamo, attenti solo al percorso ed ancora una volta intenti a constatare come il ricordo abbrevi le distanze nella mente, ma non nei fatti. E così, curva dopo curva, impennata dopo impennata, procediamo scandendo i nostri punti di riferimento: il primo poggio, i vari incroci con le scorciatoie, il binario morto, il prato degli agli. Ci diamo, cioè, delle mete parziali per non pensare alla lontananza di quella finale. Il primo sito geograficamente significativo è il Fosso dei Palesi, il più ampio canalone del Polveracchio, che crea lungo il nostro percorso un grazioso ed ampio seno nel quale vorremmo adagiarci; Diana sogna invece di risalirlo diritto, senza dover affrontare gli estenuanti ed infiniti aggiramenti successivi. Il sole ride e noi la dissuadiamo, continuando lungo le nostre tappe mentali: una sorta di igloo scoperchiato battezzato da noi quale “salottino di Antonella”, la corda metallica della ex teleferica, l’incrocio a T con la via che viene da Valle Cerasa. Qui finalmente la pendenza finisce di mordere: siamo nella zona degli altipiani, i faggi sono alti e diradati, le linee più distese, il cielo ed i panorami si fanno aperti e totali. Additiamo al nuovo del gruppo, verso il lontano oriente, il Boschetiello ed il sottostante valico di Stattea, nostra meta minima. Ma lui, preso dall’incanto dei luoghi, non si scompone per l’indicata distanza. D’altro canto, l’avventuroso proposito di attingere i Lagarelli è ormai tramonatato; viene meno anche l’opzione di fare sosta al rifugio di Stattea per il pranzo. Sono quasi le tredici ed il pit-stop si impone. Lo facciamo al c.d. bivio di Pasquale (m.1550), noto punto di incrocio fra le principali vie del Polveracchio. Ride il sole sopra di noi, più che mai gradito, mentre accatastiamo alla meglio sci, zaini e plastiche sulla cospicua coltre nevosa che piange fredde esalazioni sotto nostre membra acciambellate su quei precari ripari. Lo sciatore novello è estasiato dalla solennità dell’ambiente; saccenti nella loro esperienza i veterani lo avvertono con sufficienza: “E non hai visto ancora niente… quando ti porteremo ai Lagarelli vedrai…” I soliti panini sono come un banchetto: del resto è il salone e non il cibo che fa la festa. Esauritone il rito, felici e rilassati convergiamo a sinistra (rispetto al punto di provenienza), sicuri di scivolare in agevole discesa verso i Piani di Stattea. Ride il sole, stavolta beffardo. Ci ha preparato infatti una trappola inattesa. Sprofondano cioè nostri legni in una coltre senza fine che Lui ha ammorbidito con la complicità dell’umido notturno. Anche la sciolina si rivela inutile. Siamo costretti a spingere ad ogni passo e quella che ci eravamo prefigurati come una comoda e piacevole ruzzolata diventa come una marcia forzata. Ancora adesso scandiamo mentalmente le tappe per abbreviare psicologicamente il percorso: bivio dell’Alta Via, bivio del Bracco, via Diretta per Stattea, il grande canalone…….Quando ormai le gambe sono tutt’uno col legno degli sci e l’energia è in riserva rossa, appaiono finalmente i Piani (di Stattea) ma pure loro ci sembrano lunghi da attraversare. Diana è riuscita a precederci: la troviamo distesa, come un baccalà, ma sempre con le sue grazie, su uno dei tavoli esterni del rifugio. La imitiamo per quanto attiene al baccalà, pur non disponendo di grazie. I tavoli sono giusto quattro, quanti noi siamo. Giacciamo immobili, ringraziando il sole che torna ad essere benefico, ma comunque ride ( e meno male). Non si astiene però dall’ultimo scherzo di tramontare dietro al tetto del rifugio, lasciando allungare sui nostri tavoli le ombre della sera. Ma più che uno scherzo è un giusto avvertimento. Bisogna andare. Andiamo lungo la via principale che scende dalla Caserma di Senerchia a quella del Gaudo, strada che per fortuna è un po’ più in ombra ed in maggior pendenza. Possiamo così fare buon uso delle energie recuperate sui tavoli, per scendere più rilassati. Verso la fine però, qualche punto più esposto al sole, lascia affiorare le prime pietre. Togliamo allora gli sci e ci caliamo giù per una scorciatoia, anche perché ne abbiamo abbastanza. Più giù ancora il mantello si ravviva, grazie ad anfratti ed ombre più piene: qualcuno rimette gli sci. Con o senza, ritroviamo infine l’auto di Diana ove ci incastriamo in un mix di attrezzi e di zaini ed ove mancano i sedili posteriori, così che due passeggeri viaggiano intrappolati come merce deperibile. Nessun altro ha osato salire; ritroviamo solo le nostre tracce pneumatiche e le rimarchiamo sculettando sulla neve ancora insidiosa. Nemmeno ci accorgiamo, arrivati a valle, che il sole non c’è più e non ride più. Ridiamo noi però, ad onta della fatica, o forse proprio per quella, per quella fatica vitale che la natura ci ha chiesto e che noi siamo sempre lieti di dedicarle. E noi ridiamo, infatti, anche quando non ride il sole: ci basta essere sulla montagna.
Francescopaolo Ferrara |