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il "bollino" del 2014


CRONACHE  PICENTINE  (e non)

 

28 settembre 2014

 

Il dolore delle foglie

.

escursione di alpinismo giovanile all’Eremo di San Michele di Campagna

 

Lungo un sentiero tappezzato di foglie uno dei più giovani partecipanti formula una domanda particolare, una  domanda che solo il cuore puro e sensibile di un bambino può avanzare:

“ Ma queste foglie sono morte? E se sono morte hanno sofferto, hanno sentito dolore? ”

Questo interrogativo ci accompagna per la strada e costituisce uno dei motivi che hanno arricchito la nostra escursione con un singolare spunto di riflessione.

Un’escursione già di suo perfettamente riuscita, sotto la guida capace e puntuale di Ciro Nobile e Rossana Braca; un’escursione che ha visto la pari partecipazione di ragazzi ed adulti (trentasei in toto) di figli, padri, madri, nipoti e un nonno.

Solo la partenza è stata laboriosa, laboriosa essendo stato l’abbandono automobilistico della sparsa periferia di Oliveto Citra, lungo le proibitive pendenze dei tornanti che si schiacciano sotto il rifugio di Piano Canale.

Il fitto della vegetazione ed un vento teso mutano radicalmente lo scenario climatico della valle. Mentre i ragazzi ruzzolano presso gli attrezzi di gioco, i vecchi cercano qualche angolo al sole. Si parte finalmente a piedi lungo altri  tornanti ripidi, sempre punti dal vento e immersi nel fogliame, fogliame che l’autunno non ha ancora intaccato, ma solo privato della lucentezza del verde e qua e là incartapecorito.

Sotto di noi, al lato della strada, singolari ed arditi menhir, damascati di muschio punteggiano un improvviso baratro, quasi ad esso invitandoci.

In alto invece, uno squarcio nella vegetazione apre alla vista la l’alta valle del Sele, le pareti frontistanti del Marzano-Eremita, le linee più calde di Valva e Colliano. Un’altra gratificazione visiva è costituita da un piccolo gruppo di elegantissimi cavalli bai, sospettosi di noi, ancorché protetti da un recinto.

Altri recinti sbarrano la via, li apriamo e li chiudiamo diligentemente per arrivare ad un prato che costituisce una sorta di vestibolo dello sconfinato Piano di Montenero. Qui i direttori radunano il gruppo e invitano ancora una volta le giovani lepri a non correre avanti per non disturbare le mucche e non indispettire gli eventuali cani di guardia alla mandria.

L’apertura  della visuale ci mostra la  Picciola, alta più di 1500 metri, slanciata verso il cielo con una punta triangolare degna delle più eleganti vette, contornata da fianchi morbidi e verdi che digradano solenni fino al piano che si distende  ampio e armonioso ai suoi piedi.

Sul monte non mancano le rocce sommitali,  nei suoi pressi sono solcati profondi e ripidi valloni.

L’apertura è peraltro relativa. Il desiderato Piano ci riserva a sua volta qualche sorpresa: le più varie essenze  e soprattutto  gli agrifogli hanno intessuto un labirinto di arbusti nel quale è facile perdere il contatto fra coda e testa del gruppo. Svettano, invece, incongrui, altissimi e sottilissimi tronchi d’argento. A meno che non sia uno scherzo mimetico dei faggi, li battezziamo per betulle.  Non mancano roveti pieni pieno di more, che la stagione non abbastanza soleggiata ha serbato di gusto asprigno.

Non ci vengono incontro  cani, ma una schiera di motociclisti rombanti in reiterati giri e spericolate acrobazie. Il direttore opportunamente parlamenta: lasciateci passare ed accordateci un pit stop acustico.

Lungo è ancora il  cammino: cessato il piano, ancora sterrate. Ai fianchi di una di esse un gruppo di vacche muggisce traumatizzato dal nostro passaggio, le madri chiamano i piccoli vitelli  (ce n’è uno bianco graziosissimo) con penosi ed accorati versi che ci fanno sentire colpevoli.

Quando sembra che i corridoi non debbano mai finire, usciamo definitivamente all’aperto; siamo sullo sperone del Monte Nero che sovrasta l’Eremo di San Michele, perfettamente incastonato nella sottostante parete rocciosa e nascosto pertanto alla vista. Una breve discesa su tracce, (attenti ai bambini…ma se la cavano benissimo) una lunga scala di cemento e siamo finalmente al cospetto della cappella e della statua del Santo che schiaccia il demonio.

Ringraziamo Lui e gli amici di Campagna che hanno tenuto aperto il sito ed il lungo refettorio capace di accoglierci tutti.

Dalle finestrelle dell’Eremo lo sguardo si perde sulla valle del Sele fino al mare, sugli Alburni, sulle dorsali  picentine del Varco Sellara.

E rasserenati ed istruiti dalla natura e dalla bellezza dei luoghi siamo – forse – capaci di dare una risposta all’interrogativo della partenza.

No, giovane alpinista, le foglie non possono e soprattutto non debbono, almeno loro, sentire dolore, è nel normale ciclo della natura che esse cambino colore, rinsecchiscano e poi tornino alla terra costituendone nuovo humus.

Almeno, dovrebbe essere così o meglio è così fino a che il normale stato della natura non viene alterato dall’uomo con i suoi regali malefici: Inquinamento di ogni genere, incendi dolosi, piogge acide, tagli pirateschi e indiscriminati.

E questo in fondo dovrebbe valere anche per noi: non si soffre e non si muore veramente  se non  operando e subendo malefici.

Francescopaolo Ferrara