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Le convergenze parallele

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CRONACHE  PICENTINE  (e non)

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Le convergenze parallele

 

(11.1.2009: Sciatori e ciaspolatori insieme sul Terminio)

 

Il paradosso delle “convergenze parallele”, come i più anziani ricordano, fu una formula politica degli anni ’60, inventata per definire un’alleanza tra partiti apparentemente incompatibili.

Dal progetto politico a quello caino, ovvero al tentativo di mettere assieme due attività  convergenti per lo scenario, ma diverse nell’esecuzione. Appunto lo sci-escursionismo e la marcia sulla neve con le ciaspole.  Ciò per rilanciare la frequentazione delle montagne innevate.

Tale frequentazione, del resto, non era mai mancata, anzi era cominciata assieme al nostro Club, quando sull’onda degli entusiasmi iniziali gli sciatori (escursionistici, s’intende) si contavano a decine e seguivano un apposito programma.

Con l’andar del tempo tuttavia, un po’ per il venire meno della neve, un po’ per l’attenuarsi degli entusiasmi, molti appesero gli sci al chiodo, sicché sino ad ieri,  in luogo del programma prestabilito è stata pubblicata, sul giornale e su questo sito, solo l’ indicazione che le attività di sci escursionismo e di sci alpinismo sarebbero state fissate (e realizzate, così come è stato) volta per volta a seconda delle condizioni di innevamento e delle richieste degli interessati.

A questo punto la  sfida e la trovata del tenace Lorenzo di promuovere comunque il contatto con la neve attraverso il più abbordabile uso delle ciaspole; l’iniziativa avrebbe comunque riavvicinato i soci al bianco elemento e più d’uno avrebbe prima o poi praticato anche lo sci.

I due gruppi, quando possibile, avrebbero marciato insieme, curiosando sulle rispettive appendici.

Chi scrive accolse l’idea con qualche scetticismo riferibile alla diversità di andatura e di terreno praticabili ed al dubbio che una volta scelta la più facile via della ciaspola difficilmente si sarebbe passati a quella più impegnativa dello sci escursionismo.

Ma dubitare è sterile, provare è fecondo.

Eccoci dunque tutti insieme domenica 12 gennaio ‘09 sullo scenario innevato del Terminio, incoraggiati a valle da uno splendido sole. A valle, perché man mano che si sale ci  avvolge una nebbia grigia e pesante. Ma tanto non ci scoraggia: alla base di partenza Piano d’Ischia - Acqua degli Uccelli,  siamo in tanti a bucare il grigiore dell’aria con i colori delle nostre giacche. Tante e colorate anche le ciaspole che spiccano sul bianco della neve come mostruose protesi di piedi umani; solo quattro gli sciatori, accusando vari malanni diversi di loro.

Lorenzo assume il comando: assiste gli inesperti, anzitutto nelle operazioni di aggancio degli strumenti; detta le regole; fornisce le istruzioni generali. I gruppi sono tre: gli sciatori che precederanno; i più allenati che si spingeranno fino alla cima del Terminio; la maggioranza che proseguirà per strada fino all’Acqua delle Logge. Ci imbocchiamo nel buco nero della nebbia, come Giona nel ventre della balena, incuranti dell’ignoto e dello sperdimento che sembra attenderci.

I primi passi sono sempre i più faticosi, l’umidità più che il freddo costringe ad infagottarsi, salvo a sudare dopo i primi sforzi; la nebbia inesorabile ci priva dei consueti ed ameni scenari. Dopo l’ampia radura iniziale un gruppetto vira in direzione sbagliata. Lo recuperiamo prima che venga inghiottito dalla nebbia o da un vicino ristorante verso il quale, con errore freudiano, si era incamminato. La salita si impenna e ci sgrana. Dopo poco più di un’ora di marcia ci ricompattiamo percependo fantasmi ignoti e  sagome geometriche  strane presso il rifugio degli Uccelli. Sono i virtuosi del quad con i loro infernali trabiccoli. Li salutiamo correttamente, ma già presagiamo in cuor nostro lo strazio del manto nevoso da loro praticato. 

I forti tirano su diritto per il sentiero che mena alla cima; gli altri,  sciatori e ciaspolatori ordinari, si inoltrano nel magnifico salone che si snoda dopo il rifugio, tra gli alti faggi, che ricordiamo ma non vediamo. Poco dopo, le prime discese terribili; gli sciatori si arrangiano come  possono, per ora favoriti dalla traccia dei quad che ha battuto in qualche modo la pista. L’occhio critico di Lorenzo prende nota delle improprie tecniche di taluno degli sciatori; è invece virtuosa la manovra della “raspa” (racchette incrociate tra le gambe) praticata  da altri per frenare.  Nel grigiore indistinto prendono ad un tratto forma due enormi insetti che drizzano mostruose antenne nel centro del cammino. Sono due quad verosimilmente bloccati dalla pendenza o da altro accidente. Li scansiamo per scendere dai 1400 metri del rifugio ai 1300 della prima valletta, per poi risalire di nuovo. Dopo l’ultimo valico (ancora 1400) la temuta sorpresa: la qualità della neve e la conformazione del suolo hanno fatto sì che in nostri “quaedisti” abbiano trasformato la strada in una ignobile poltiglia di fango, acqua e pietre.  Cerchiamo allora scampo nel ripido canalone che scende direttamente all’acqua delle Logge. Gli sciatori con i legni in ispalla, approfittando delle peste delle altrui ciaspole.  Comunque affondando, rotoliamo vocianti fino alla conca in cui riposa il rifugio dell’Acqua delle Logge. Rifugio, si fa per dire. La costruzione, come tutte quelle della nostra montagna, è chiusa. Ci accomodiamo alla bell’e meglio sulle panchine attigue, dopo averle ripulite in qualche modo dalla neve e coperte con buste e teli. La nebbia vanisce in più tenui vapori e lascia per qualche momento intravedere il disco bronzeo del sole. Non è sufficiente per scaldarci. Ci penseranno le nostre vivandiere (Maria Teresa, Valeria, Antonella; non cito i maschi) che da zaini apparentemente normali tirano fuori inattese specialità: tramezzini con salmone o paté, pizze, dolciumi e formaggi vari, fagioli e salsicce.  La sorpresa diventa totale di fronte ad un vitreo barattolo giallo-oro nel quale navigano strani corpi che qualcuno con umorismo nero definisce quali minuscoli cadaveri animaleschi sotto formalina. Sarà spiegato che trattasi di “tomini”, prelibati formaggi valdostani. Si brinda naturalmente al successo del nuovo programma, ma senza indugiare più di tanto, morsi dal freddo e dall’umido. Chi scrive pertanto, si limita ad accennare (senza invito a proseguire) agli ampi panorami che si vedrebbero dal successivo “Passo di Annibbale” (sic sul cartello indicatore). Si vedrebbero perché con questa nebbia poi…. Rapido e ripido dietro front, dunque, a passo sostenuto per riprendere calore. Gli sciatori stavolta sono avvantaggiati potendo fruire di un margine pulito di strada, mentre gli altri sprofondano nel cospicuo manto del canalone. Salita, discesa, discesa salita. La stanchezza e gli oneri del banchetto cominciano a farsi sentire. Siamo del resto in quel momento di grazia (che di solito cade a tre quarti del cammino) in cui vai avanti per inerzia, non sai più dove sei, né quando e se arriverai e nemmeno vorresti arrivare. E alla fine ci sembra di essere giunti addirittura troppo presto al rifugio degli Uccelli, dove ritroviamo gli amici della cima. Ancora giù, in ordine più sparso che mai (ma sempre con la regia del vigile Lorenzo) fino al punto di partenza, schivando le ultime difficoltà e le tracce dei quad che hanno fatto il nostro percorso in senso contrario. Costeggiamo il rivo, più che mai ricco, dell’Acqua degli Uccelli, scansandone le onde ed i sassi. Nella faggeta finale gli ultimi abbracci ed un retorico interrogativo. Riusciranno i nostri eroi a realizzare fino in fondo il loro ambizioso programma sulla neve?  Certamente si. Il bilancio della prima giornata è stato assolutamente positivo.

D’altronde una cosa è certa: almeno innanzi ai tavoli ed agli argomenti dell’Acqua delle Logge le convergenze parallele sono state realizzate.

Francescopaolo  Ferrara


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