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il "bollino" del 2010
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CRONACHE PICENTINE (e non)
.
Con le ghette, ciaspole e sci di fondo
(1° febbraio 2009) testo e
foto di
Angelo Mattia Rocco
Il richiamo del
Laceno, con la sua vocina insistente durante i giorni passati a studiare,
finalmente si placava all'arrivo della Domenica. Il giorno dedicato alla
Montagna , il giorno dove finalmente si concretizza e si riprende quel percorso
lunghissimo che da qualche anno mi sta vedendo partecipe su queste terre. Quel
passaggio sui Monti Picentini che si
arricchisce di significato ogni qual volta i miei passi ricadono sulle terre
secche o innevate dell'altopiano Laceno.
Lo scenario di un lago finalmente spoglio dalle nebbie, con la vista di sua
altezza Cervialto che "pandorizzato"
aspettava qualcuno che l'avesse sfidato ancora una volta. Ma il primo giorno di
Febbraio riservava altre esperienze legate a posti nuovi che si fondevano con la
conoscenza di "vecchi passaggi" ormai scritti per sempre nel cuore e nella
mente.
La strada per Calabritto rivestita da
una lingua di neve , spezzata ai lati dal cammino dei fuoristrada, conduceva
dritta nel cuore della Montagna e man mano cominciava a diventarne parte di essa
scomparendo progressivamente. I fiocchi cadevano bagnati lasciando agli occhi
quella sottile linea ideale che spezzava il "caldo" con il "freddo" trasformando
a seconda delle piccole variazioni le precipitazioni in neve o in pioggia. Il
cielo cupo lasciava intravedere solo come un'ombra il sole che da tempi
"lontani" manca sulle vallate dell'Acernese
e fa si che si conservi il suo aspetto più
consono al periodo. Un percorso verso il Colle del Leone allietato da
scenari stravolti, cascatelle, rivoli, ruscelli e laghetti
formatisi in questo "folle" tardo
autunno senza fine. Il suono dell'acqua che impattava sulle rocce, quegli
schizzi che toccavano gli argini innevati creando buchi uniformi come lacrime di
gioia della natura, un paesaggio rigoglioso nonostante i rami degli alberi
lasciassero trasparire ancora la loro "stanca presenza".
Da un angolo del piano l'Acernese
scorgo il canalone che conduce al Vallone del Turco e ricordo quel sentiero
verde che mi appare all'improvviso dinanzi agli occhi come un immagine astratta
che vaga senza meta in quei momenti di completa immedesimazione con l'amica
Montagna.
Un ricordo legato ai primi passi
escursionistici, con pochi amici, all'avventura senza conoscere "regole"
e senza immaginare le sorprese che la vita mi avrebbe apportato.
La neve intanto , con la leggera ascesa, consentiva l'uso delle
ciaspole e dopo qualche piccola
difficoltà dovuta ai lacci e allo scarpone, riesco a prendere il giusto passo e
attraverso l'altopiano soffermando l'attenzione su un piccolo albero solitario
che d'estate avevo immortalato nel suo verde splendore e nella sua
bucolica forma insieme ad un piccole
gregge di pecore.
Ma i pensieri non fanno da freno al nuovo entusiasmo e sollevando neve con il
"tacco" che si riversa sulle parti "scoperte" (senza ghette) del pantalone con
il gruppo del CAI di Salerno entriamo
finalmente nella "porta dei faggi" che separa il Piano l'Acernese
dal piccolissimo Piano dei Vaccari. Un pianoro coperto, immerso nel bosco, quasi
invisibile dalla strada, una minuscola radura dalla quale salendo per un
sentiero alberato giungiamo allo scollinamento
del Colle del Leone. Al Colle, la strada asfaltata era una lunga "pista da sci"
e si diramava in alto e verso il basso a seconda dei gusti di
ciaspolatori e sciatori. Dall'alto il
Raiamagra "sfornava" nuvole di neve e
dal basso la pioggia voleva impadronirsi dei guadi asciutti delle fiumare e
impedirci il cammino verso il Piano del Cupone.
Uno sguardo deciso e attento tra i più esperti della "spedizione" e siamo giù,
tra la neve delle faggete, tralasciando la mulattiera e addentrandoci nel bosco
come stambecchi su pendi ripidi e innevati. Il serpentone di
ciaspolatori scendeva sinuoso verso il
prato del Leone, mentre gli sciatori si congiungevano dall'altro versante fino
all'appuntamento "secondario" per decidere su che percorso proseguire. La
pioggia diveniva più insistente e sulle mantelline erano evidenti solchi d'acqua
che raggiungevano le estremità degli abbigliamenti e penetravano al loro
interno. Il Raiamagra faceva quasi
rimpiangere la scelta dei "bassi luoghi",
finché ancora una volta veniamo sorpresi dal tempo che ci concede un
alito velocissimo di grecale con un lento passaggio a neve delle precipitazioni.
Forza e coraggio e di nuovo in cammino, oltrepassando la collinetta che in
estate è comandata dalle felci e percorrendo le mulattiere bianche tra
pozzanghere "granitose" che in pochi
passi giungono al bivio del Piano del Cupone.
Sulla destra una scia di rocce ad indicare una quota neve che terminava a 1000
metri, sulla sinistra una visuale
aperta verso il bianco che spinge a
proseguirla e ad ammirare la solitudine del
Cupone e lo spettrale gioco degli
arbusti che spuntano dalla neve come soldati che scrutano dalle trincee gli
ignari escursionisti. Il tempo inclemente intanto riprende a "lacrimare" e a
sfiancare l'imperterrita compagnia che in cerca di imbocchi nascosti dalla neve
esplora il piccolo altopiano nei sui selvaggi passaggi
finchè uscendo dal "labirinto" si
ritrova su una pendente salita che costeggia un profondo canalone.
Gli animi sembrano placarsi, come arrivati a metà di una giornata che merita un
attimo di pausa e su quella salita lunga, tra nevose fronde e rami bassi inizia
il tratto dedicato alla "parola". Sentieri, termini antichi, leggende, storie di
uomini che come noi un tempo solcarono queste terre, pastori , briganti, un
passeggiar che rievocando persone e luoghi riaccende la passione e riscalda
l'animo, tanto che non mi accorgo di non indossare i guanti e la fame e la sete
si assentano in quei piacevoli istanti. L'ardore del comunicare i sentimenti
comuni che si trasforma in stimoli nuovi e nuove amicizie conduce fino al Valico
del Colle delle Radici dove ancora una volta madre natura ci premia con la sua
soffice creatura.
Inizia il ritorno verso il Laceno su
quella strada percorsa in bici tantissime volte che sembrava una mulattiera
immersa nel cuore dei Monti. L'asfalto coperto, il nero tinto di bianco , una
sensazione di novità e di grandezza, ma
soprattutto un brivido di commozione nel vivere quel luogo lontano dal
passaggio di auto e lontano da rumori molesti e "incoerenti".
In una curva poniamo il nostro campo base, pranziamo ed io ritorno con la mente
a quel 10 Agosto a Montagna Grande, quando parlando decisi che un giorno avrei
voluto provare lo sci
escursionismo, e come in un "veloce ritorno", all'improvviso mi ritrovo su
quegli sci, lasciando per
qualche chiolmetro il dolce
scricchiolio e la grande versatilità
delle ciaspole per provare quel
silenzioso ed agile "pattinare". Un cammino leggero, veloce e faticoso tra
canalette , rami da superare e cadute in agguato, un divertimento unico che si
cerca di sfruttare fino all'ultimo
briciolo di neve, quando l'erba spunta dal "ghiaccio", la terra diventa
marrone e il Laceno riappare all'orizzonte.
Angelo Mattia Rocco
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