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il "bollino" del 2013


CRONACHE  PICENTINE  (e non)

 

3 marzo 2013

 

Binari

 

Giornata delle Ferrovie Dimenticate. Vanno i Caini di tutta Italia lungo i binari arrugginiti e lungo le massicciate disfatte delle linee ferroviarie inaugurate con ingenua fiducia di eternità alla tra la fine del 1800 e l’inizio del 1900 ed ora malinconicamente deserte. Vanno nella speranza di risuscitarle in qualche modo, di far rivivere sia pure in forma diversa e con destinazione diversa gli antichi tracciati. Vanno i Caini della Sezione di Salerno, numerosi e festanti, condotti dal genio di Antonello Sica (primo fondatore del trekking ferroviario) sulla linea Sicignano-Lagonegro, forando misteriose ed oscure gallerie e sospesi su arditi ponti.

Vanno proprio  tutti? Qualcuno (e tra loro chi scrive) ha disertato per altri binari, quelli tracciati dai propri sci sulla bianca e compatta massicciata della neve.

Il senso di colpa per essere venuti meno ad un appuntamento fondamentale e tradizionale naturalmente sussiste; sussiste e ci accompagna almeno per i primi passi del nostro itinerario che ci vede ancora impegnati negli scenari domestici, ma non pertanto meno gratificanti del Laceno.

Confessiamolo però: ci accompagna solo per poco, in grazia di una situazione ambientale veramente rara. Il cielo è di un azzurro intenso ed integrale, assolutamente privo di qualsiasi accenno di veli. La neve è abbondante, compatta ed equilibrata: né ghiacciata né molle, ma perfettamente scorrevole. Avevamo poi dimenticato che il sole potesse splendere tanto, reduci come eravamo da giornate di piogge e nevischi o comunque poco luminose. Desiderosi come eravamo dell’inverno apportatore di neve avevamo scordato che sta per venire la primavera. Che non venga troppo presto e che non sciolga troppo però!

La bella giornata porta sui nostri passi bus ansimati sui tornanti e comitive festose di turisti della domenica. E’ giusto che anche loro conoscano la neve,  per carità, ma via, via subito verso gli spazi  che la pigrizia degli “altri” non osa attingere. Risaliamo quindi agili e solitari la via di Colle del Leone. Al valico i miei pazienti compagni, volendosi mostrare esperti, chiedono: “Destra (Valle d’Acero-Raiamagra) o sinistra (Bivio Cervialto-Piano Migliato)?” Li stupisco con una opzione Montiana: Centro! Opto infatti per la discesa al Prato del Leone e quindi a Piano del Cupone, nuova per gli attuali partecipanti.

Il solito dissidente  mugugna: “Ma così ci tocca prima scendere e poi risalire! Non è né funzionale né ergonomico!”  Faccio appena osservare che conviene approfittare dell’attuale abbondanza di neve per cogliere questo suggestivo itinerario, non sempre fattibile per ragioni di quota. Mi calo quindi deciso lungo i ripetuti tornanti che scendono al Prato. La sofferenza e la difficoltà di tale tratto sono subito compensate dalla singolare conca successiva, quella appunto del Prato, angolo prezioso, dimenticato e nascosto a i piedi della Raiamgra, orlato da una grossa ed oblunga duna che pare messa apposta lì per invitarti a reiterati giochi di risalita e discesa,  piccolo osservatorio verso le groppe del Filigatti e delle prime propaggini di Licia e Scannella, che sono vicine ma che  si stagliano  azzurre e lontane nel turchino del cielo e con esso si confondono, quasi differenziandosi per mera sfumatura.

Dalla duna alla strada, che appena percepibile si inoltra tra i giovani faggi, nudi ma pronti  a risvegliarsi, a sud est della conca. Si alternano piacevoli brevi risalite e veloci discese comodamente sfocianti in opportuni rettilinei.

Un ultimo breve balzo e siamo già al piano del Cupone finalmente vietato ai fuoristrada da una solida barra metallica. Girovaghiamo nel Piano volendolo assaporare metro per metro, raggio per raggio, angolo per angolo. Ci disturbano appena i robusti e spinosi arbusti di biancospino e residui di grosse ginestre. Ci accucciamo tra loro alla meglio bevendo vino, tè e sole.

Ai fini del ritorno optiamo per un parziale dietrofront, in parte derogando dalla consueta regola del circuito,  pur tanto cara.

Ripercorriamo pertanto il primo tratto, quello più vicino al Cupone, ma al primo bivio lasceremo il fondo valle per risalire sulla via (asfaltata sotto la neve) che proviene da Migliato.

Il sole è ancora altissimo, ma non è lui che provoca un abbaglio. L’abbaglio è tutto nostro: ad un bivio inaspettato proseguiamo diritto, optando per la direzione orientativa della nostra meta. Poco dopo però ci accorgiamo di essere su un binario morto: il destino ha voluto costringerci a ricordare in qualche modo i nostri amici delle ferrovie dimenticate.

Considerato che non siamo treni, il solito dissidente suggerisce che possiamo sfondare senza (troppi) rischi il binario morto, risalendo il canalone che ci troviamo davanti fino alla strada che si intuisce circa 100 m più in alto. Ma l’esperto (non tanto se lo aveva dimenticato)  ricorda improvvisamente di essere già incappato in questo stallo e di averlo magari attribuito ad un accumulo di neve che aveva occultato la via. Oggi finalmente realizza che non di accumulo su trattava, ma per l’appunto di un binario morto.  Ricorda pure che la risalita del canalone quella volta fu proibitiva e che il muro finale, oltre alla levata degli sci, impose  addirittura un gattonamento.

Il dissidente comunque dichiara di voler tirare diritto. La maggioranza prudente e silenziosa lo abbandona al suo destino. Riguadagna il bivio con una divertente discesa e prende la via di destra che sembra allontanarsi dalla meta, dovendo vincere la pendenza con reiterati tornanti.

Li affrontiamo pazientemente e con qualche fatica, occhieggiando lungo il canalone per cogliere le tracce del nostro amico. Nulla è in vista e nulla si sente in risposta ai nostri richiami. Tuttavia quando siamo sulla via principale abbiamo la lieta sorpresa di ritrovarlo disteso al solo a godere il proprio trionfo. E’ riuscito a risalire il canalone, senza nemmeno scalzarsi, ma opportunamente traversando nei momenti giusti. Chapeau ! Ma per limiti di età e sanità siamo lieti di non aver osato.

Il resto non ha storia, specie lungo il tratto stradale pianeggiante.

La discesa da Colle del Leone in giù si presente agevole essendosi la neve ammorbidita nei punti più ripidi. Attraversiamo al centro il Piano Acernese per goderne appieno la magnificenza e contemplare meglio la maestà del Cervialto.

Incontriamo due persone del posto, raccoglitrici di legna, come al solito stupite della gratuità della nostra fatica.

La discesa finale ha un noto tratto pericoloso. Qualcuno si scalza, ma dopo la pendenza ritorna abbordabile e fornisce l’ebbrezza di una corsa sicura e veloce, favorita dall’ombra che ha raggiunto il sito ed ha cominciato a inturgidire la neve. Nell’ultima radura, due di noi sostano ad acchiappare l’ultimo sole, addossati al muro di una villetta.

Chi scrive non si ferma: la sua discendenza faceva parte di una delle comitive della domenica e lui si fa scrupolo di raggiungerla, per un doveroso ed affettuoso tributo agli affetti familiari, dopo aver evaso quello che sarebbe stato dovuto ai binari delle ferrovie dimenticate.

Potrà  dire così di non essersi dedicato soltanto al binario  egoistico del suo  treno bianco,  ma di aver raggiunto, almeno per un saluto, la stazione della propria casa.

 

Francescopaolo Ferrara