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CRONACHE PICENTINE (e non)
9 ottobre 2011.Vola la settimanaIl titolo non si riferisce alla banale constatazione che il tempo vola, settimana per settimana, scandito magari, per noi caini, dalle uscite domenicali. No, l’aggancio è diverso, specifico e duplice. Quella che è volata è la tredicesima Settimana Nazionale dell’Escursionismo, realizzata quest’anno sull’Appennino Campano, a cura delle otto Sezioni della regione. Sono poi volati sui monti più belli della Campania le centinaia di partecipanti alla Settimana, mentre il suo principale organizzatore (Attilio Piegari presidente della commissione regionale di escursionismo) scarpinava e sudava tra alberghi, bus, orari ferroviari, incontri istituzionali e problemi di ogni genere, perseguendo secondo il suo stile la perfezione dei risultati. Gli escursionisti sono volati sui monti e sul mare, poiché com’era da attendersi, ad onta degli amanti del nascondimento delle selve, le escursioni più gettonate sono state proprio quelle fra monti e mare, in particolare quelle realizzate librandosi sugli scenari aerei della costiera amalfitana. L’ultimo balzo ha avuto appunto come meta il monte Falerio, proteso sugli estremi lembi meridionali del comprensorio amalfitano, la cui modesta elevazione (684 m) si è rivelata inversamente proporzionale all’altezza della sua qualità. E’ la domenica 9 ottobre: ci illude appena un sole iniziale, peraltro già accompagnato da un annunziato grecale che mette a dura prova chi pensava di crogiolarsi nel caldo clima del sud. Partiamo dalla Badia Benedettina che celebra quest’anno il millenario della sua fondazione, millenario a cui abbiamo voluto legare la nostra settimana escursionistica. Un piccolo gruppo si unisce agli ordinari visitatori del monumento, guidati da eleganti accompagnatrici. Ma chi freme negli scarponi rimanda ad altra occasione la visita. Se proprio vuol dedicarsi allo studio si pone, itinerando, il problema del nome Falerio. Considerata la morfologia del nostro monte, viene senz’altro da pensare a Falesia: “costa rocciosa con pareti a picco alta e continua”. Una nobile famiglia molto diffusa nella costiera amalfitana e che annovera famosi membri: dai Faraglioni di Capri alle bianche scogliere di Dover. Non manca, tuttavia, un parere di minoranza, anzi di fantastoria: poiché esisteva nel Piceno l’antica città italica di “Falerio Picenus”, non può essere che l’antico popolo dei Picentes, (qui deportato dai Romani - e questa è storia vera), oltre a dare nome ai monti Picentini non abbia trapiantato qui anche “Falerio”? La massa dei pedoni si cala nell’alto corso del Bonea, sotto l’abbazia, valicando un antico ponticello. I giovani fusti di castagno ormai inselvatichiti ci accompagnano nella prima parte del percorso formando cortine che non ci fanno rendere conto dell’impallidirsi dei raggi solari. Ma quando sbuchiamo alla Cappella Nuova ci accoglie una luce inconsueta e diversa, che sfuma in una variegata armonia di toni: quasi d’indaco sono le masse montuose lontane, languidamente argenteo è il mare, sontuosamente vestito da un broccato di nuvole bianche e grigie lo sfondo comunque azzurro del cielo. Su tutto, la nitidezza dei contorni e dei particolari, giammai confusi da moleste sbavature di luce. Breve è la sosta: quelli più stanchi e meno allenati puntano direttamente alla Cappella Vecchia, per via più comoda. La maggioranza si cala nell’angusto sentiero meridionale che garantisce una costante vista sul mare, contrastata, però, dall’esigenza di menare passi minimamente sicuri. La traccia infatti incide una parete scoscesa e, seguendo la sinuosità di valloni e valloncelli, specie nei tratti più scivolosi e in discesa, reclama attenzione. La possente mole del Falerio appare e scompare: scompare spesso perché il sentiero in alcuni momenti pare irrimediabilmente risucchiato verso il basso, in uno sperdimento ignoto e senza fine. L’effetto conclusivo è però garantito ed è psicologico e scenografico insieme. Quando, infatti, riemergeremo dall’ultimo vallone, oltre al sollievo della meta ritrovata, apprezzeremo la grande falesia come ancora più imponente e selvaggia. Il paragone con un severo ed immenso torrione appare addirittura scontato ed è favorito dalla presenza di altrettanto severi armigeri: sono cacciatori di cinghiali che ci allarmano sul pericolo della battuta in corso. E’ un comodo alibi per chi non ha voglia di affrontare l’arrampicata finale, resa comunque possibile dalla disordinata ma frequente vegetazione che punteggiando la roccia la rende ancor più singolare e intrigante. I più decisi, pertanto, sfidano il piombo e la parete, per guadagnare il premio di un panorama irripetibile. Si completa la vista sul lunato golfo salernitano fino a Licosa, scorrono gli occhi lungo le giogaie dei Picentini, degli Alburni, del Cervati e del Gelbison; incombe l’Avvocata con il suo corteggio delle Creste del Demanio. I gruppi si ricompongono (più o meno) alla Cappella Vecchia per sostare in amicizia, confortati dal caffè di Mimì, noto vivandiere e cantatore della Sezione di Cava dei Tirreni. La discesa per la più tranquilla via del sentiero base dell’Avvocata, agevole e rilassante com’è, lascia spazio alle fruizioni minori: il verde delle foglie che ancora resistono, il tappeto bruno di quelle morte, le chiome degli alberi scompigliate dal vento che a tratti fischia strano e improvviso, i ricci caduti delle prime castagne, lo scodinzolare affettuoso di un cagnolino. Non più un volo, dunque, ma fra i doni piccoli o grandi che la montagna dispensa, continua a volare la nostra fantasia, portata dalle ali di una indimenticabile settimana escursionistica.
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