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il "bollino" del 2014


CRONACHE  PICENTINE  (e non)

 

22 dicembre 2013

 

Un metrò (o un bus) che si chiama desiderio

 

Tranquillizzatevi: nessun tormentato dramma familiare come nella nota opera di Tennessee Williamas, intitolata del resto ad un tram.  

E nemmeno un  paternalistico richiamo (che pure ci vorrebbe) nei confronti dei soci individualisti che osteggiano l’uso dell’autobus comunitario in occasione delle escursioni.

Qui parliamo invece della c.d. metropolitana salernitana il cui uso era stato previsto, in alternativa al bus, in appendice all’escursione prenatalizia del 22 dicembre 2013.

Intendiamoci, non è che l’escursione sarebbe dovuta consistere in un breve viaggio in metropolitana, con seguito pedonale sulle colline attigue.

Sarebbe stata anche un’idea e magari la suggerisco ad Antonello Sica: oltre al trekking ferroviario, anche il metrotrekking, non si sa mai.

No, più semplicemente, stante la coincidenza  tra la normale escursione prenatalizia e la presenza in città delle “luci di artista” e del conseguente traffico, si era pensato, anzi lo aveva escogitato la fertile mente dell’organizzatore Attilio Piegari, di affidare il ritorno serale alla metropolitana salernitana, con capolinea terminale del bus sociale alla stazione Arechi.

Questo tipo di soluzione non poco aveva affaticato le menti del sullodato direttore e dei partecipanti più accorti. E quindi, più che dare peso al programma escursionistico e conviviale, l’organizzazione venne incentrata sui problemi accessori della partenza e dell’arrivo.

Partenza: con diverse fermate del bus sociale in vari punti della città: Parco Pinocchio, piazza Casalbore, via Roma, piazza della Concordia.

Ritorno: stazione metropolitana Arechi e Parco Pinocchio. Il tutto secondo un puntuale e dettagliato depliant, distribuito agli utenti, illustrativo delle diverse fermate e dei relativi orari, roba che Trenitalia manco se la sogna.

Ma si sa: Attilio propone e il fato dispone.

Il bus viene fermato da un controllo dei C.C. ancor prima di arrivare alla prima stazione di imbarco. Fervono le telefonate e nelle more finiamo per concentraci tutti o quasi tutti a piazza della Concordia per non attendere inattivi presso le fermate prestabilite. Recupereremo poi il tempo perduto, anche perché l’escursione é semplice ed il tempo favorevole.

Giunti pertanto in orario più che utile in agro di San Gregorio Magno, affrontiamo con entusiasmo (previo saluto del Sindaco Prof. Gerardo Malpede ed aggancio col secondo direttore Giovanni Matula), l’agevole cavalcata sulle gobbe che sovrastano il pianoro gregoriano. Siamo in cinquanta; altri si aggiungeranno per il pranzo.

Lo scenario è diverso da quello dei nostri soliti itinerari: non creste mozzafiato aperte su Capri e la “divina costiera”, non sorgenti cristalline e faggete maestose, non intriganti saliscendi fra torri calcaree e misteriose doline.

Ci accolgono invece severe e ripetute gibbosità, povere e solenni quinte di un mondo pastorale superstite e dimenticato. Rare essenze quercine cedono presto il passo a confortevoli prati, sulla cui ampia convessità puoi spaziare sereno.  I ruderi di una notevole costruzione testimoniano la pregressa  vocazione pastorale, vocazione che del resto non è del tutto obliterata se sul colle di fronte si schierano in un ordine che ci sfugge, ma che pure c’è, file bianche di pecore. Si tratta di un ordine accortamente vigilato dai cani il cui latrare ci invita a non interferire.

Un’oasi pinetata ci ripara per pochi minuti dal sole e dal vento. Saliamo quindi per zolle  gradonate verso la cima, lasciando alla nostra destra una ripida costa che precipita fino al vallone che segna il confine tra Campania e Basilicata.

Dalla sommità del monte Cucuzzone (1144 m), sotto un cielo azzurro chiaro, appena striato da qualche riga bianca, guadagniamo la visuale piena sulla barriera degli Alburni, sui più ridossati Picentini, su di un tratto della piana del Sele; alle spalle le varie escrescenze del Marzano-Eremita (e soprattutto la Serra Melara) impediscono alla vista le maggiori cime del Potentino, ma qualcuno riesce a scorgere l’antenna del monte Arioso.

La breve discesa non ci distoglie dalla contemplazione di questo suggestivo paesaggio: abbiamo ancora il tempo di meditare sulla particolarità di questa zona, nascosta in una piega di territorio lontana dalle ordinarie direttrici di comunicazione, di una zona che al più diresti chiusa e impraticabile per una disordinata serie di colli e di monti  e che invece serba al suo interno  singolari pianure costituite da antichi ed estinti laghi, di una zona fortemente caratterizzata e determinata, come i suoi figli, tra i quali i nostri odierni direttori di escursione  che, pur avvezzi a ben altri impegni ed accompagnamenti, hanno saputo dare e farci cogliere il giusto valore della giornata.

E tanto anche a prescindere dall’intenso pomeriggio-sera trascorso presso “L’Antica Quercia” con un contenuto gastronomico di  grande e genuino livello.  Ma con tutto il rispetto per la performance dei cuochi e per la golosità dei commensali, è piuttosto il contenuto sociale che va sottolineato.

Ancora una volta viviamo il convivio natalizio come un appuntamento vero ed essenziale della sezione. Tra un brindisi ed un altro gli animi si aprono ad una gioia serena ed ai migliori sentimenti; ci aiutano il clima natalizio, un  estemporaneo zampognaro indigeno ed i nostri canti, coralmente scorretti, ma coralmente sentiti, specie nei momenti ispirati al riconoscimento delle virtù del direttore-organizzatore e della Pace Natalizia. La conclusione  materialmente pirotecnica é garantita dai fuochi artificiali di chi ha pensato anche a questo (e chi se non Attilio?)

E i problemi del ritorno? E il metro’ o meglio il bus che si chiama desiderio? Scompaiono.

Il tempo volato e trascorso in lieta compagnia hanno praticamente eliminato le  paventate difficoltà del rientro.

Solo in quattro useranno il prestigioso e “desiderato” mezzo metroferroviario; tutti gli altri, insieme, appassionatamente, raggiungeranno il secondo capolinea (Parco Pinocchio) e da esso via, con un supplemento di escursione, tra la pazza folla delle luci di artista.

Francescopaolo Ferrara