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CRONACHE PICENTINE (e non)
22 gennaio 2012
Trent'anni di militare (a Picenza).(Valico di Giamberardino e Piano Sazzano)
Chiariamo subito: la milizia fortunatamente è solo quella sulla neve; Picenza sta per Monti Picentini; i trent’anni di anzianità di servizio invece, ahimè, ci sono tutti. Ci sono e sono valsi a cumulare una opportuna esperienza nella pluridecennale guerra con la sempre crescente scarsità del bianco elemento. Scarsità cui si aggiungono gli scoraggiamenti e le diffidenze dei già scarsi sci-escursionisti. E così ogni volta: “ma dove andiamo, ma ci sarà poi la neve, quanto ci fai camminare per raggiungerla, ma non sarebbe meglio andare là piuttosto che qua ? ” Chi serba ad ogni costo la sua fede nella neve risponde con pazienza e con pazienza propone i suoi argomenti, ricordando agli scettici, con la levità e l’acume del citatissimo Totò, di avere battuto i suoi modesti itinerari nevosi fin dai primi anni ottanta: appunto “trent’ anni di militare a Picenza”. E così la scorsa domenica: mentre l’escursione a piedi ufficiale convogliava festanti decine, di soci e non, nelle balze turistiche degli Astroni, i pochi irriducibili della neve si consultavano dubbiosi. Il dubbio era generato da due concorrenti fattori pregiudizievoli: un periodo precedente di freddo secco che aveva gelato la (poca) neve esistente e la aveva resa ostica, il sopraggiungere poi di un rialzo termico comunque asciutto. Proprio tale rialzo era però in un certo senso auspicato dall’esperto: almeno la neve sarebbe diventata più trattabile. Sarebbero occorsi peraltro un minimo di quota ed una esposizione prevalentemente settentrionale per limitare i guasti del risalire della temperatura. Assemblando i dati, l’unica soluzione possibile e proposta fu la risalita al valico di Giamberardino, fra Cervarolo e Cervialto. Proposta accolta con qualche riserva e qualche mugugno, ma che si è rivelata felice. Siamo solo in quattro al nodo di Vallepiana, lungo la strada Laceno-Lioni; affrontiamo sotto un cielo grigio la risalita a piedi presso l’Aria della Spina. Siamo determinati, ma avevamo dimenticato com’ è duro e come sa di sale risalire una costa montana, innevata a macchia di leopardo, con il peso degli sci sulle spalle. Io peraltro mi sento un po’ più leggero degli altri. Perché? Semplicemente perché ho dimenticato lo zaino, con inconsapevole astuzia di militare. E l’astuzia, secondo il verbo dell’arrangiarsi, tipico della naja, si risolve in danno del più giovane e più generoso della compagnia che torna indietro a recuperare il fardello altrui. Diana si consola: la scorsa domenica aveva creduto di aver dimenticato le scarpe e tornò a casa per poi scoprire di averle nello zaino. Posto rimedio all’inconveniente e preso atto dei guasti mentali dell’età, raggiungiamo finalmente il pianoro iniziale, sciabile, ancorché pubescente di steli rossicci di felci ed altri sterpi. Ben maggiore e ben più grato è il manto nevoso della sottostante via che inanella i seni e i golfi delle propaggini orientali del Cervarolo. Si inizia, finalmente, sotto i migliori auspici: non c’è nebbia (come pure si era temuto), e la buona visibilità consente di sbirciare sotto di noi il manto brunastro di Piano Sazzano; addirittura compare una striscia di cielo azzurro verso il Cervarulo (n.b. “ulo", non olo.) Procediamo in scioltezza ed in lievissima pendenza. Al bivio con la pista che discende a Piano Sazzano, Diana ci lascia, pressata dalle cure materne. Sabatino, cavaliere di nome e di fatto vorrebbe accompagnarla, ma non fin in fondo: aspirerebbe, come già prima aveva manifestato, ad attestarsi al Piano Sazzano per una lunga sosta, solatia, mangereccia e (honni soit…) tabagista. Pur avendo fiducia nel suo senso di orientamento glielo impediamo: è la prima volta che batte questo percorso. Su dunque tutti (e tre) insieme verso il Valico. Il peggiorare del tempo, il soffio del vento proveniente dalla sovrastante gola terminale, l’indurirsi della neve provano a scoraggiarci. Precedo gli amici senza voltarmi indietro per scongiurare conati di defezione. Ci si mettono pure gli arbusti novelli che infestano la via. Ed una via si profila in alto, molto sopra di noi. Dovremo arrivare sin là? Forse. Ma per fortuna è il diverso tracciato che va verso il CervarUlo, subito dopo il Valico. Il valico invece giunge quasi inatteso dopo appena (?) tre ora di marcia. Nulla vediamo dell’imponente mole del Cervialto, soffocata da una massa altrettanto imponente di grigio; si aggiunge il fastidio del vento e ci distoglie dal tradizionale pasto di vetta. Rapido dietro front dunque. Il ristoro è rimandato a valle, nel Piano Sazzano, come già del resto desiderato dal Cavaliere. Questi si avvia per primo, saggiamente opponendo alla pendenza della discesa l’accorta tecnica della raspa. Io, ancor più prudente, mi appiccico (anche letteralmente, si fa uso di apposita colla per attaccarle agli sci) con le pelli di foca. Appena cessata la maggiore pendenza sarò felice di toglierle e godere della levità e dell’agio di una dolce discesa. Parimenti dolce e suggestivo è il bosco alla nostra destra, incolonnato di faggi alti e diritti, distanziati tra loro quanto basta per consentire (in stagione più verde per chi scrive) deliziosi slalom. Si apre la luce e si chiude la strada con la sua sbarra terminale. La aggiriamo per tuffarci nel Piano che però diventa presto avaro e rugginoso. Non importa; raggiungiamo a piedi il suo bordo frontistante che è finalmente illuminato dal sole e ci promette una sosta addirittura radiosa. La eseguiamo con coscienza ed impegno: ce la siamo meritata. E ci siamo meritato anche lo spettacolo delle tre cime del CervarUlo, del CervarOlo e del Cervialto. La prima è nel pieno dell’azzurro, appena striata di neve su di un fondo verde-blu; la seconda per effetto del contro luce e per residui cumuli di nubi appare scura e nerastra; il Cervialto si libera per ultimo, con il particolare dono di una cresta e di una cima finalmente del tutto bianchi. Come sempre, non vorremmo andar via; ma il sole sta per tramontare ed il percorso richiede ancora un qualche impegno orario. Risaliamo sullo stradone di mezza costa dell’Aria della Preda per completare l’anello intrapreso all’inizio della giornata. Potremo calcare ancora per qualche tempo gli sci e quindi risalire sul pianoro “pubescente”. Poi giù, con gli sci in spalla, di cui ora non sentiamo più il peso, lungo il sentiero che si apre sul Piano Laceno ed il suo lago che ha fatto tesoro della neve disciolta. Contempliamo lui ed il sole che adesso va ad accucciarsi dietro la Raiamagra. Viviamo uno di quei momenti di pienezza e di pace, tanto rari nella vita ordinaria, quanto frequenti in montagna. Lo sperimentiamo più compiutamente e più fortemente nella condivisione ed il terzo uomo (Mario, che finora non ho nominato) enuncia una fondamentale verità: con lo sci alpino si parte insieme, ma si arriva soli; con lo sci escursionistico si parte insieme e si arriva fratelli.
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