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Sole del lunedì

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CRONACHE  PICENTINE  (e non)

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IL  SOLE  del  LUNEDI'

 

( 7.2.2010 – ANCORA ALLE ACQUE NERE  DEL  TERMINIO)

  

Forse è solo suggestione, forse è la legge di Murphy, forse è un fatto statistico, ma il lunedì c’è sempre il sole, specialmente se la domenica c’è stata la pioggia.

Nelle ultime due domeniche, per fortuna, la pioggia non c’è stata, ci sono state invece neve (otto giorni fa) e nebbia, ieri. Avvolgente e romantica la prima, comunque suggestiva la seconda. Panorami zero, ma immaginazione tanta. Del resto la nostra nebbia non è quella della Pianura Padana e consente comunque la visione dei vivaci colori della graziosa compagna che ti precede, delle orme dei selvatici sulla neve,  delle più incombenti cortine, degli intrichi dei più vicini faggi. E non solo dei  faggi, ma di quella solenne galleria iniziale di abeti che si dispiega poco dopo Varco del Faggio, che sembra chiudere il cammino ed invece  ti riserva solo un’accoglienza regale. Le fa da contrappunto un lucido bosco di agrifogli, nel quale non bisogna immettersi; occorre invece tuffarsi in una veloce discesa, anticamera della zona di Cantraloni. Il divertimento è assicurato: lo strato di neve fresca adagiato sul massetto di quella precedente consente di procedere in tutta sicurezza. Ma la neve è tanta che non consente la  discesa alla grotta sottostante. La raccontiamo al neofita del gruppo e risaliamo invece al Rifugio. Il neofita – della zona ma non dello sci – si illude, reduce com’è dalle settimane bianche. Gli spieghiamo che dovrà accontentarsi di un conforto virtuale, essendo ermeticamente chiuse e gelide le mura dell’edificio. Riguadagniamo la strada;  un gruppetto anzi non la riguadagna e prima cala e poi si inerpica tra vallette e dossi, per scoprire che la via era più in alto.  La raggiungiamo in qualche modo guidati dagli olezzi di un  ristorante. Non solo gli olezzi, ma auto e sciami vocianti irrimediabilmente confliggenti con l’ incanto che abbiamo appena lasciato. I più non sembrano turbati ed anzi si fiondano ai tavoli, alle cioccolate calde, ai pasticcini. Chi scrive tenta un’ultima sdegnosa  resistenza, ma si adatta ad entrare, pur sottraendosi al rito del consumo. L’ampia e scorrevole discesa successiva al bar-ristorante, innevata com’è, tiene lontane le auto e consente agli sciatori di riacquistare serenità e magia. Troppo presto tocchiamo il fondo del pianoro dove la nebbia concede una soddisfacente apertura. Volgiamo a occidente per chiudere l’ellisse del percorso inoltrandoci prima lungo la via pedemontana e quindi nello spazio illimitato del Piano. Illimitato fino a un certo punto poiché – come sappiamo  - le Acque (Nere) qua e là lo solcano. Puntiamo verso i casoni giallastri della stabulazione e li schiviamo grazie ad una provvidenziale apertura della circostante rete. Ed ecco le acque; l’abbondanza delle precipitazioni le ha rese opime e impetuose. Si fa per dire, al massimo ci arrivano alla caviglia, il che data la temperatura non è però piacevole. Chi si toglie di sci, chi  li mette a rischio ciabattando tra muschi e pietre, chi cerca aggiramenti inesistenti. Si passa comunque e si ricamano volute nell’ampio di un prato di cui  restano solo arbustacci di probabile ex biancospino e che precede l’Acqua della Pietra. Se qualcuno ha ancora voglia di rinfrescarsi può servirsi: la fonte è copiosa. Più utile è il bordo della vasca che, opportunamente ripulito e coperto, fornisce una sorta di sedile, idoneo per addentare con un minimo di calma un panino stecchito, accompagnato dal tè di un provvidenziale thermos. E qui il Talebano di turno sentenzia: “questa è la sosta del vero sciatore caino, questo è il più degno e verace pasto”. Qualcuno  fa un timido e nostalgico cenno alle uova con lo speck dei rifugi alpini, ma viene messo a tacere; quello, si sa, è un altro mondo e non è il nostro, non è quello dei duri e puri veterani del  “fai da te” meridionale.

Lieti e intirizziti riprendiamo la marcia per scoprire (ma qualcuno già lo sapeva) che le piogge torrenziali degli ultimi anni hanno scavato sempre più il tracciato e lo hanno confuso con uno dei letti delle Acque Nere. Pazienza, quando proprio non ne possiamo fare a meno togliamo gli sci e diamo un ulteriore botta di freddo ai piedi già provati dai guadi. Il tratto difficile dura poco però. Siamo di nuovo su una strada così larga e definita da lasciare ipotizzare un errore di percorso. Ma così non è: il torrente scorre ormai incassato giù alla nostra destra e noi risaliamo diritti e sicuri verso il Varco. Non lo vediamo, naturalmente, per la nebbia, ma l’appianarsi della zona ce lo testimonia. Con delusione scopriamo le tracce dell’andata; con delusione sentiamo il rombo di un’auto. Si sapeva che il giro era breve, ma ora che lo constatiamo…

Ma apprezzeremo comunque il ritorno.  Ci penseranno a farcelo apprezzare il vento sferzante ed il  turbinio di aghi nevosi che ci  colgono in istato di minorata difesa mentre, tolti i guanti ed appollaiati sul predellino dell’auto, combattiamo con quel complicato attrezzo che dovrebbe servire a fissare gli sci sul tetto del veicolo.

E perciò quando la missione è finalmente compiuta siamo dunque appagati e possiamo veleggiare contenti e senza dispetto verso il sole del lunedì.

Francescopaolo Ferrara


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