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Maledetta primavera

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CRONACHE  PICENTINE  (e non)

 

MALEDETTA  PRIMAVERA

 

(21.3.2010  - 3.4.2010 : Ultime dal Polveracchio)

 

 

 Tutti l’aspettano la primavera, i metereologi parlano di temperature “gradevoli”, le ragazze cominciano a scoprire i pancini, il lungomare si affolla, le auto si moltiplicano, ma noi? Noi no, noi nivomani, dopo aver giudicato quasi insufficiente questo inverno che pure è stato detto “eccezionale”, abbiamo sentito con raccapriccio sulla nostra pelle i primi tepori.

Questi tepori, d’altro canto, così come l’anno scorso, sono giunti improvvisi e costanti poco dopo le idi di marzo. Anni addietro invece abbiamo tirato fino alla fine di aprile.

Eccoci dunque sul Polveracchio, ultimo rifugio nostrano, ultimo arroccamento.

Siamo solo in sei il 21/3 allo scoccare della primavera e questo ci consente di intrecciare il solito groviglio di sci e ed umani in un’auto adatta a salire sulla strada sterrata che, tra fossi pietre e sterpaglie, dalla caserma del Gaudo (m.1029) mena ai piani superiori e innevati del Polveracchio. Contrariamente alle aspettative pessimistiche, al bivio con la sterrata orientale (m.1200 circa) inizia una neve passabile. Via dunque per una fatica che si preannuncia (meno male!) lunga e complicata dalla maggiore pendenza della strada prescelta e che pertanto eviteremo al ritorno anche se la neve abbastanza morbida rassicura i deboli mentre delude i forti.

Scandiamo le solite mete intermedie, ma solo il Fosso dei Palesi, il più ampio canalone del Polveracchio, che crea lungo il nostro percorso un grazioso ed ampio seno, ci dà la sensazione di aver fatto qualche progresso. Siamo ansiosi di arrivare all’incrocio con la sterrata che mena a Valle Cerasa, da noi battezzato “Incrocio a T”, che abbiamo visto sconvolto da una ruspa l’estate scorsa. Difatti la “T” non c’è più. Resta solo il lato destro della sua barra superiore (quello appunto che reca verso il sentiero di Valle Cerasa)  e  per raggiungere la strada appena poco più alta che va verso i Lagarelli occorre fare un breve tratto fuori traccia. Per fortuna non c’è nebbia e per fortuna c’è Salvatore, per cui non perdiamo né la direzione né il tempo. Confortati dal superamento del paventato ostacolo e dall’amato scenario maturiamo il proposito di attingere i Lagarelli;  via dunque per rettilinei e morbide curve, su dunque  per abbordabili pendenze: siamo nella zona degli altipiani, i faggi sono alti e diradati, le linee più distese, il cielo ed i panorami si fanno aperti e totali. Marciamo da più di tre ore, ma ormai è deciso e quando siamo alla conca settentrionale (c.d. Vallerotonda)  puntiamo sicuri al più grande pianoro meridionale: Piano Noresi secondo l’amico indigeno, ma non secondo le carte. La festa potrebbe essere completa se ci fosse il sole, ma al suo posto troviamo foschia sul mare ed un venticello dispettoso che ci costringe ad accucciarci sotto una cimetta. Breve dunque la sosta, ma rapida e divertente la discesa dalla cimetta al piano. Qualcuna si butta poi a capofitto nel catino di Vallerotonda  (invece di contornarlo) e ci rimane. Risorge rapida e ci supera lungo la via per il Rifugio di Stattea. Si procede come in trance (almeno chi scrive) sotto il peso della stanchezza; gli stessi Piani sembrano lunghi ed interminabili. La sosta al rifugio ci ristora a metà. Il cielo è diventato definitivamente grigio e le provviste sono esaurite: c’è chi le ha addirittura dimenticate. La successiva strada è tuttavia scorrevole ed agevolmente sciabile quasi fino al suo termine. Siamo fieri delle nostre otto ore  di escursione, ma ci sconforta invece il crescente tepore delle quote più basse, presagio infausto per il futuro. Ed infatti….

Infatti il 3 aprile – dal punto di vista della neve - è quasi la vigilia di una “Mala Pasqua” La primavera ha fatto inesorabilmente il suo corso e la montagna si presenta nella sua veste peggiore, né verde, né bianca, ma bruna di stoppie e di legni spogli.  Fidiamo nel mezzo meccanico, ma a quota 1380 un beffardo accumulo di inutile, anzi dannosa, neve blocca l’auto e ne trae i preoccupanti olezzi di una frizione in sofferenza grave. A piedi dunque, sci in ispalla, verso il rifugio di Stattea. La via per giunta è quasi pianeggiante e la quota neve tarda quindi a venire. Dopo le prime ed illusorie chiazze e dopo l’ultima curva il rifugio ed il suo piazzale si stagliano desolatamente grigi. Ma i Piani sono almeno in parte innevati. Ci affidiamo a loro e ci fidiamo dell’esposizione settentrionale  del successivo percorso. Fiducia ben riposta. Il tappeto bianco non ci abbandonerà più e con gioia dei bravi si presenta elastico e duro. Le discese saranno quindi veloci; per ora c’è la salita, ma l’affrontiamo in scioltezza dando  sfogo alle energie represse dalla penosa marcia di avvicinamento. I Lagarelli stavolta non paiono raggiungibili: fra cammino a piedi, salite discese dall’auto e spinte della stessa impantanata il tempo è volato. Matura peraltro una brillante soluzione, tutt’altro che di ripiego: poco prima del nodo stradale fra il tracciato orientale e quello occidentale c’è il bivio per la sterrata superiore, quella che porterebbe al percorso c.d. esterno, ma che reca anche una bretella utile per tornare al Rifugio. Si tratta dunque di realizzare un agevole circuito, reso ancora più interessante dal fatto che questa via superiore la percorriamo raramente. Ed infatti il suo inizio si apre luminoso e quasi promette di condurci in un angolo nuovo e sconosciuto, in un Polveracchio  misterioso e diverso; tale è l’ eterna suggestione della montagna.

Lo scenario si apre verso la zona del Rifugio, lontana e non ancora visibile, ma dominata dall’alto. Appaiono invece a tratti il Boschetiello e il gruppo del Marzano. Qualcuno brontola perché si sale ancora. Non si era detto che con questa deviazione saremmo scesi al rifugio?  Poco dopo la quota massima (1550 metri)  si incomincia dolcemente a scendere. La neve è ancora abbondante pur avendo noi lasciato il versante settentrionale.  Superiamo e guardiamo con nostalgia il cosiddetto incrocio ad Y che porterebbe alla strada esterna  meridionale che, in quanto tale, abbiamo scartato all’andata ma che, in grazia dell’altitudine, risulta ancora ben nutrita. Alla nostra sinistra, in basso, il canalone della discesa finale. Anzi del gran finale. Qui infatti i più bravi si esibiscono in virtuosi spazzaneve e ed acrobatiche evoluzioni. I meno bravi in goffi saltelli e solenni cadute. La neve infatti è ancora abbastanza ghiacciata e non fa sconti. Con un balzo finale siamo tutti di nuovo sui Piani. Il circuito è chiuso e programmiamo una piacevole sosta al rifugio. Fuori, si capisce, poiché i nostri rifugi sono tutti ermeticamente chiusi, come riservati a pochi intimi. Questa volta le provviste abbondano, ma il tempo è ancora inclemente per il grigiore del cielo e lo spirare del vento. La fermata pertanto è breve e vanamente la gazzella del gruppo abbozza un conato di siesta raggomitolandosi sulle dure panche dell’area che, ad onta del deposito di rifiuti solidi ingombranti, viene definita come di riserva floristica.

Non resta dunque  che prendere la via del ritorno e per giunta a piedi perché - come si ricorderà - qui finisce la neve.

 

E finisce - forse - definitivamente. Maledetta primavera !

 

Francescopaolo Ferrara


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