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il "bollino" del 2014


CRONACHE  PICENTINE  (e non)

 

dal 6 al 27 luglio 2014

 

Le magiche bacchette di Alessandro:

negli angoli più nascosti delle Acque Nere

 

Della magia ne parleremo dopo. Va invece subito chiarito un primo equivoco va chiarito, specie perché la precedente cronaca spaziava tra Cesare Augusto e Quintilio Varo.

L’Alessandro del titolo non è quello Magno, ma un nostro amico e consocio appena un po’ meno grande di lui. Il nostro, naturalmente, invece che la spada o la lancia brandiva (il 6 luglio u.s.) un lucente paio di bastoncini da trekking, nemmeno necessari data la modestia del percorso, ma sempre utili e confortevoli.

Eravamo ancora una volta a centellinare (scansando più forti impegni) l’inesauribile comprensorio del Terminio e in particolare l’area delle Acque Nere. Contornammo su comoda sterrata il lato sud, del Piano raggiungendo in breve lo scoglio prossimo alla fonte dell’Acqua della Pietra e ciò dopo aver constatato con sorpresa che il marcato letto torrentizio che fiancheggia la via era solamente fangoso, ad onta della piovosità di questa estate.

Dopo la fonte, invertiamo il senso di marcia per valicare prima un modesto rivo che sgorga in  tutta semplicità da una fessura terrosa longitudinale e per raggiungere poi una ben più interessante cascata. Ma non ci arriviamo. Gli scarponi di Carmela cominciano prima a sorridere e poi a ridere a suole aperte, in maniera oscenamente sgangherata. Tentiamo di ridurli ad un più discreto comportamento con fili di ferro, nastro segnaletico, vecchi spaghi reperiti sul sentiero, ma l’unico risultato è che, poco dopo l’ennesimo pit-stop, qualcuno nota che Alessandro ha perso i suoi scettri. Ci sguinzagliamo a rastrellare il terreno scrutando i faggi, le pietre, le pozze di fango, l’erba dei prati. E’ stato quando ha tentato di legare lo scarpone ridens? Forse si è fermato per….telefonare? No, forse quando ha passato il fiumicello? Macché, è tutto inutile. Dopo un reiterato avanti-indré, dalla zona della cascata a quella della fontana, ci arrendiamo, anche perché Alessandro, nella sua pur limitata grandezza, non vuole rovinarci l’escursione. La meta originaria è comunque permutata: dallo scoglio dell’Acqua della Pietra saliamo lungo un impegnativo ma verdissimo canalone, tra faggi svettanti, fino ad una crestina che ci illudevamo fosse già del Felascosa ma che ne è solo un contrafforte. Di qui in prevalente discesa ed in direzione est riguadagniamo la zona della partenza, meditando sulla magica e forse furtiva scomparsa delle bacchette e sulle pantofole (così si sono ormai ridotti i suoi scarponi) di Carmela.

La domenica successiva (13/7) pur senza Alessandro ed a ranghi ancor più ridotti ritorniamo sul luogo del delitto. Lo scopo principale è di realizzare il percorso che la grave (!) perdita ci aveva impedito; un motivo accessorio potrebbe essere quello di un casuale ritrovamento.

Il secondo scopo subito fallisce; quello primario è realizzato in maniera diversamente idonea.

Vale a dire: proseguiamo dopo la cascata principale della volta scorsa, anche qui constatando una inspiegabile carenza d’acqua, per raggiungere una sovrastante radura, folta di felci e ginestre ormai sfiorite. In mancanza dell’esperto dei luoghi proseguiamo in (presunta) direzione nord, negligentemente omettendo di consultare la carta ed antiquatamente privi di GPS e simili, illudendoci, con corrispondente superficialità, che al margine del pianoro troveremo la sterrata che da Varco del Faggio mena al Rifugio Candraloni. Constateremo ancora una volta che i ricordi accorciano le distanze e che sarebbe bene tirare fuori la bussola ogni tanto. In realtà andiamo verso nord ovest e non nord ed invece di trovare il comodo collegamento di cui ci era stato detto, ci imbattiamo in una dispettosa dorsale in salita. Ancora più dispettoso è il pesante acquazzone che ci coglie in mezzo al guado. In mezzo al guado perché a questo punto tornare indietro sarebbe (forse) peggio. Su, dunque sempre più su tra giovani faggi, roccette ed arbusti spinosi. Siamo su di una sorta di alta penisola tra due canaloni che si fanno sempre più bassi e profondi e che celano chissà quali misteri in un mare di faggi. Ci confortano solo dei segnali rossi (ma non sono i nostri) sugli alberi. Ogni tanto tra tronchi, foglie e nebbia si affaccia un tratto più luminoso; lo raggiungiamo solo per accorgerci che non è quello sommitale, e che dopo ce n’ è un altro e poi un altro ancora. Quando stiamo quasi per arrenderci, improvvisamente il terreno si fa meno aspro, inizia la discesa ed il sentiero si allarga. Rotoliamo sollevati fino alla desiderata strada del Rifugio Candraloni, ma non senza qualche patema d’animo. Infatti quasi non la riconosciamo più (l’abbiamo sempre vista innevata) e sembra non finire mai. La verità è che ci siamo molto spostati verso Varco del Faggio. Solo quando riconosciamo una discesa nota per capitomboli sciistici e quando sentiamo lo scroscio delle acque che precipitano nella Grotta Candraloni siamo definitivamente certi di aver raggiunto la meta e festeggiamo l’evento con la prescritta sosta al Rifugio.

E le bacchette? Nessuno ci pensa più. Non ci pensiamo nemmeno nel terzo tempo, domenica 27 luglio, nella quale con una pazienza degna di mete ben più alte ritorniamo sui luoghi, unicamente per capire per quale errore non abbiamo trovato il passaggio diretto per la zona di Candraloni.

Anche stavolta la pioggia ci benedice, sia pure in maniera meno violenta. La ricerca (grazie all’opportuna guida) risulta semplicissima: il passaggio era a nord est, ovvero al margine destro della radura delle ginestre e non a nord ovest, settore in cui si impennava la costa l’altra volta risalita.

Ma l’evento  della giornata non è questo, non è questo il ritrovamento che conta.

Conta ed è veramente inspiegabile il ritrovamento degli attrezzi di Alessandro, realizzatosi nei pressi della cascata per una casualità affatto singolare e quasi magica: mi fermo in una delle consuete operazioni di vestizione e svestizione e naturalmente appoggio i miei bastoncini da qualche parte. Terminata l’opera, mi volgo a riprendere gli arnesi e ne trovo improvvisamente quattro invece di due. Ci  sono anche quelli di Alessandro e non occultati o coricati a terra, ma ben diritti ed appoggiati ad una comoda spalliera di arbusti, come su di una ringhiera. Chiamo tutti a constatare il miracolo; concludiamo tutti che in quel punto eravamo passati e ripassati tutti più volte in atteggiamento di ricerca e non, così come concludiamo tutti che anche sotto giuramento o sotto tortura avremmo sempre sostenuto che mai e poi mai le mitiche bacchette fossero mai state lì. Mitiche? Magiche, piuttosto per la singolarità della loro ricomparsa, ricomparsa che con un po’ di retorica possiamo indicare quale  piccolo e domestico esempio di quelle  magie ben più grandi che la montagna suole dispensare ai cuori  semplici ed aperti.

Francescopaolo Ferrara