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il "bollino" del 2011

 

 


CRONACHE  PICENTINE  (e non)

 

10 aprile 2011

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La carica dei 51

 

(da Chiainamano al Timpone Panariello)

 

Domenica 10 aprile 2011: anno 0 del Presidente Antonello Sica. Siamo in 51 (50+più un bel pastore tedesco di nome Bianca) a suonare per lui la carica sulle balze degli Alburni. Per la verità non è proprio una carica: ancorché la compagnia sia abbastanza agile, dobbiamo fare i conti con l’asperità dei luoghi. La carica, come si vedrà tra poco, non mancherà, ma per ora la nostra è solo un’ordinata e regolare ascensione. Ne condizionano il ritmo le reiterate ondulazioni del monte, il precoce caldo estivo, l’affondamento negli spessi tappeti di foglie che si alternano alla ruvidezza delle pietraie.

Si va da Chiainamano, per sentieri tracciati dagli animali, piuttosto che per stradoni, così come il padrone di questi monti (Mimmo Aiello) aveva promesso. Abbiamo lasciato a valle (anzi fino a quota mille) la pesante coltre di nebbia che aveva angustiato la nostra partenza mattutina. I faggi sono diritti e spogli, ma la loro altezza ed il rimbocco orlato delle dorsali ci negano la piena vista del cielo. Su e giù, su e giù per dossi e doline, come sempre sugli Alburni capita.

Ma la monotonia di un tale andare viene rotta all’improvviso dal vocio - tra l’allarmato e il gioioso - delle avanguardie e più ancora da una sorta di rumore di treno, anzi di una carica: eccola!

Carica o treno che sia, precipita in una profonda forra alla nostra sinistra un convoglio trainato da una femmina di cinghiale tozza e robusta, seguita da una indistinta e minuscola prole. Frusciano forte le foglie travolte, rotolano i sassi, si schiantano seccamente i rami. Dietro di loro scatta subito incontenibile la tripudiante furia di Bianca (il cane, anzi la cagna). Noi tifiamo per i cinghiali e siamo solo preoccupati che i proprietari, lanciatisi a recuperare il loro cane, si perdano negli abissi dell’Alburno. E sopraggiunge un’altra emozione, fatta di tenerezza e sorpresa. Uno dei piccoli non ce l’ha fatta a seguire la madre. Si è accucciato, tremante e rassegnato, in una sorta  culla  costituita dalla cavità superficiale di un grosso masso. Viene amorevolmente raccolto e deposto fra le robuste braccia di Mario Pierri, di solito destinate a reggere il vino offerto alla comitiva. La piccola creatura viene  accarezzata con delicatezza, ma viene violata nella sua privacy da un consulto veterinario, finalizzato a verificare se si tratti di maschio o di femmina. La diagnosi finale è equivoca: segno dei tempi!  La lasciamo libera deponendola piano là dove l’avevamo trovata e facendo voti per un pronto ricongiungimento con la famiglia. Recuperiamo anche il cane ed accettiamo le assicurazioni del suo padrone: Bianca non aveva cattive intenzioni, voleva solo giocare.

Proseguiamo sperando in altre avventure. Non ce ne saranno; rimane la vampa assidua del sole, sempre più alto, mentre saliamo sempre più in alto.

Una breve sosta su un modesto terrazzo ci illude di essere quasi alla meta;  ma uno dei direttori pensa di rassicurarci avvertendo che ci attende ….solo un altro strappo di 250 metri di quota. Giù la testa allora, contando le pietre ad una ad una e risalendo  all’incontrario gli  scivoli dei cordoni terrosi che si alternano coi sassi. Ma alla fine è la pietraia a prevalere assoluta. Tra uno spigolo e l’altro vediamo finalmente il cielo e tre stenti alberelli che segnano la cima. La raggiungiamo in ordine sparso vanamente sperando in un riparo ombroso.  Mai denominazione fu più incongrua: il Panariello fa pensare a qualcosa di fresco e soffice, siamo invece nel ruvido e nel caldo. Anche per altro aspetto non si tratta di un piccolo ed insignificante paniere: per la sua posizione, più che per la sua quota (m.1490), il Timpone ci permette una visuale di tutto rispetto. Incombe alle spalle la maestosa mole della Nuda contornata da Palombelle, Chiodo, Porco e quant’altro; verso est la  torre del Panormo, appena orlata da un residuo merletto di neve;  ancora una macchia di neve si apprezza lontano, verso sud, sul Cervati;  la nebbia invece si va dissolvendo nella valle del Calore.

Chi si incastra alla bell’e meglio tra i massi, chi trova lo spazio per distendersi, chi rimane a svettare: fra questi il neo-presidente che domina fisicamente e moralmente il gruppo, badando che Mario distribuisca in centilitri uguali il suo vino.

Il caldo abbrevia la sosta. Rotoliamo giù per le balze di prima e quindi, curvando verso est, riguadagnando le faggete. La fila indiana prosegue ordinata e si rompe solo in un ampio pianoro prativo. Il direttore ci consulta: giro largo o linea diretta per il Rifugio Rizzo? La maggioranza è per l’abbreviazione: in termini di impegno abbiamo già dato. E poi la sosta al rifugio è attesa e meritevole di cura. 

Il Rifugio appartiene al Comune di Castelcivita, ma la tenacia di Mimmo ha consentito la disponibilità di un piccolo ambiente per il Club Alpino. E qui egli ha depositato un minimo di dolcezze e di spumanti per sottolineare la prima uscita col nuovo presidente. Naturalmente cantiamo per lui ricordandogli che se quand’era un semplice socio non faceva che “treni e Frassati” ora che è presidente deve fare di tutto (Canto scritto per l’occasione, sul motivo di Reginella; l’allusione è ai Sentieri Frassati ed ai treno-trekking); cantiamo ancora attingendo al nostro apposito libretto; fra l’altro ricordiamo in tentata musica che Myriam fungendo da direttrice di escursione anni fa ebbe a dare (leggi: fratturare) una gamba per la patria caina.

E’ questo uno dei momenti magici e tipici del nostro modi stare insieme e quando  riprendiamo “caricati” la via del ritorno almeno nell’anima  andiamo a passo di carica, sicuri di questa giornata e delle tante altre che verranno.

Sicuri, ancor più, di sentirci fratelli fra  di noi e di quei cinghiali che per magico e significativo appuntamento di festa hanno messo in iscena per noi ……..la carica dei cinquantuno.

Francescopaolo  Ferrara