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il "bollino" del 2013


CRONACHE  PICENTINE  (e non)

 

13 ottobre 2013

 

L'ambizione della Picciola

 

Sono alta più di 1500 metri, slancio verso il cielo una punta triangolare degna delle più eleganti vette, ho fianchi morbidi e verdi che digradano solenni fino al piano, ad un piano che a sua volta si distende  ampio earmonioso ai miei piedi, non manco di rocce sommitali, celo in me e presso di me profondi e ripidi valloni; nulla mi manca insomma per essere considerata, sia pure con il metro appenninico, una montagna seria. Si almeno seria, non dico “grande”, attributo di cui si è invece presuntuosamente fregiata  quella sorta di polpettone, non più alto di me, che giace tra il Laceno e la Raiamagra (la Montagna Grande, appunto)

Io invece sono Picciola, mi hanno affibbiato questo nome e non capisco perché.

Non lo capiamo e ce lo domandiamo anche noi numerosi  escursionisti (40 per la cronaca) di quest’ultima domenica 13 ottobre. Infatti, dopo un approccio leggero ed invitante – la zona di Piano Canale – scandita di verdi radure, ci impenniamo  su di un sentiero che sale deciso, obliando ogni traccia di sterrata. Quando finalmente calpestiamo una più comoda mulattiera, recintata e ondulata, ci accorgiamo che si tratta solo di una deviazione. Importante, per vero, si tratta di andarsi ad affacciare nella “Grotta Prufunnata” la cui riscoperta viene conflittualmente  rivendicata da due soci della Sezione. Non entriamo nel merito, ma tentiamo di entrare nel suggestivo antro che si apre a sesto acuto in una parete scoscesa.  Ci investe un fresco soffio d’aria, gradito refrigerio in una giornata afosa. I più coraggiosi e pazienti si inerpicano nel camino in cui la grotta si stringe. Altri riposano en plein air, pensando alla risalita che li attende. Ed è una risalita fatta di pendenze più o meno brusche e di terreno viscido per la pioggia e non asciugato dal sole, dal momento che lo copre un fitto esercito di giovani faggi. Il gruppo si sgrana, le lepri fuggono, le tartarughe domandano: “A che quota siamo?”

Compare finalmente tra gli alberi un po’ di azzurro. Possibile che stiamo per arrivare? No, non è possibile. Lo negano gli altimetri e la vera vetta, regolarmente lontana. Abbiamo solo raggiunto una dorsale ampia abbastanza da lasciarci vedere lo ragguardevole mole della c.d. Picciola. E lì, ma dove passeremo, se a destra siamo minacciati dalla precipitosa forra del Trientale e di fronte a noi, prima della cima si erge un severo gendarme roccioso? Tra il gendarme e la cima vi è però una convessità nel bosco, la solchiamo alla meglio: un sentiero non c’è e qualcuno non disdegna l’appoggio, non necessario ma utile, delle mani. Un valichetto all’apice di un canalone ci immette finalmente sulla dorsale terminale che devia decisa verso ovest. Sono le ultime sgroppate della montagna. Siamo in cima e vediamo tutto: il monte Raione, le cortine che salgono da Campagna, il Piano di Montenero, il Monte d’oro, gli Alburni, il Marzano Eremita e … capiamo tutto.

Capiamo che quella che ci era parsa una cima isolata quando eravamo sotto di lei, ora ci appare sovrastata da un immenso  gigante: è il Polveracchio, che chiude inesorabile la vista a nord e  ci ricorda che l’ambiziosa Picciola non è altro che una sua propaggine. Una propaggine che appare libera ed emancipata, ma che è collegata al padre da un cordone ombelicale, esile e franoso (tant’è che lo stesso presidente Giannattasio non riuscì a percorrerlo), ma innegabile. Una figlia, dunque: una Picciola.

E allora sulla tua cima per un momento non sappiamo se contemplare te o il tuo augusto genitore, ma poi optiamo per te, per le tue grazie, per la tua agilità, per la tua fanciullezza.

E tu,  proprio  con l’imprevedibilità della giovinezza, mentre noi stavamo per abbandonarci ad una agevole discesa, ci riservi un’ultima cresta in salita. E la discesa stessa non è agevole come poteva sembrare, ampia e verde si, ma ripida e talora rigata di sassi.  

Corre chi può. Il Piano di Montenero non arriva mai,  forse nemmeno vorremmo arrivarci beati e sospesi come siamo tra cielo e monte, appena incuriositi dalla breve apparizione di una teoria di cavalieri che risale una non lontana mulattiera.

Il desiderato Piano ci riserva a sua volta qualche sorpresa: le più varie essenze  e soprattutto  gli agrifogli hanno intessuto un labirinto di arbusti nel quale è facile perdere il contatto fra coda e testa del gruppo. Svettano, invece, incongrui, altissimi e sottilissimi tronchi d’argento. A meno che non sia uno scherzo mimetico dei faggi, li battezziamo per betulle. Usciti dal labirinto abbiamo appena il tempo di godere il tappeto del prato ed un roveto pieno di more, quando ci viene incontro una muta di cani bianchi che abbaia e minaccia per difendere la mandria che alloggia nei pressi di un antico e diroccato casone.

Constatiamo con sollievo che la difesa è solo formale; usciamo dal piano per inoltrarci in un corridoio boschivo recintato affinché i bovini non divaghino troppo. Una tenera giovenca vi si è tuttavia introdotta e,  spaventata e trepidante, non riesce a trovare la sua strada, sentendosi circondata da esseri umani di cui giustamente diffida. La compatiamo e cerchiamo di rassicurarla, ma domani torneremo a mangiare cotolette e bistecche.

Lungo è ancora il  cammino: sentieri, sterrate, radure, noiose pozzanghere si susseguono, ma un gruppo non ha rinunciato ad una visita all’eremo rupestre di San Michele.

Che protegga lui i suoi frequentatori, umani e non.

E che la Picciola santamente, ma orgogliosamente, si contenti del suo nome e si convinca dei tesori che la Natura le ha riservato.

Francescopaolo Ferrara