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il "bollino" del 2011

 

 


CRONACHE  PICENTINE  (e non)

 

26 novembre 2011

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Il testimone

(reticente)

 

La parola testimone indica due cose, anzi, forse, tre: testimone è colui che riferisce (in tribunale o altrove) di fatti a cui ha assistito o di cui è stato addirittura protagonista; testimone è anche il bastoncino che si passano i corridori della staffetta; in senso lato, dunque, è testimone chi trasmette ad altri le proprie nozioni e la propria esperienza.

La mattina del 27 novembre u.s. io mi sentivo in tutte e tre queste posizioni. L’escursione da Mercato San Severino a Salerno, lungo il percorso Spiano - Varco Ceraso - Decimare - Creste di Pellezzano - Castello di Salerno, l’avevo pensata io stesso (sia pure in senso inverso) agli albori della Sezione; ne facemmo una mirabile edizione nei primi anni novanta; passavo ora il testimone (ovvero l’organizzazione) a più giovani e validi accompagnatori.

Da solo rimuginavo questi pensieri e queste sensazioni mentre il borgo di Spiano, ancora immerso nel silenzio e nell’umido mattutino, veniva animato da un variopinto gruppo di sessanta escursionisti, incuranti degli indigeni che forse ancora indugiavano tra le lenzuola.

Ma il varco giusto non è quello che io ricordavo, diritto in su, direzione nord-sud per il vallone Vesciglieta; più saggiamente Luigi (Monetti) e Mimmo (Negro) ci dirottano lungo un sentiero laterale, atto ad evitare il fango e i salti del canalone.

Siamo tra  giovani castagni più o meno inselvatichiti, il tappeto delle loro foglie copre l’argilla del sentiero e lo rende meno scivoloso; ci accompagna un furioso abbaiare di cani di un vicino stazzo. La giornata è splendida, ma il sole vero e proprio trionfa solo al di là del Varco del Ceraso che appare al tempo stesso incombente e lontano, circa 400 metri sopra di noi.  Mi guardo attorno: chi del numeroso gruppo di oggi era presente alla “prima” del 1990 ? Quasi nessuno. Forse solo Alba che nemmeno più si ricorda che fu in questo vallone che, scivolando e incespicando, faceva acrobazie per tentare di indossare un copripantalone antipioggia. Non c’è Pippo che qui si rese famoso per aver scambiato lo squillo di un cellulare per il canto di un uccello esotico; non c’è Aldo Tisi che superava  queste balze con la consueta agilità, seco trascinando anche le fanciulle più impacciate e timorose; quasi nessuno ricorda della disavventura finale dell’intero gruppo che, giunto a Mercato San Severino, non trovò il previsto bus dell’ATACS (ora CSTP) poiché il suo autista aveva deliberato uno sciopero privato. 

Tento di trasferire queste memorie ai miei attuali compagni, ma mi accorgo che a loro poco interessa, come è giusto che sia. Scambio appena qualche notazione di confronto sul percorso attuale e quello antico con i direttori di escursione.

Il sole lampeggia diretto fra gli alberi del Varco Ceraso e ne preannuncia il superamento. Ci affacciamo quindi sul Piano Decimare che si apre sotto di noi, armonioso e pacifico, coi suoi monumentali castagni, come un giardino dell’Eden. Ma la giornata è lunga: nessuna sosta quindi e nessuna raccolta dei frutti ormai abbandonati sul terreno. Svalichiamo ancora, stavolta in discesa, per affrontare in saliscendi quella serie di dorsali e piccole gobbe che ci porteranno fino alla Foce di Pellezzano. Il percorso è spesso infestato di felci disseccate e rovi; i direttori hanno ripulito come hanno potuto, ma l’impresa era immane. Ci compensa, nei tratti liberi, la panoramicità della visuale: ad ovest la Valle Metelliana adagiata sotto la mole turrita del M. Finestra e quindi della prima catena dei Lattari; ad est i Picentini ed oltre di essi gli Alburni; più oltre ancora sfumano nella lieve foschia Cervati, Mercure e Motola.  Appena tempo di dare uno sguardo, appena  un sorso d’acqua o di tè; è presto per mangiare e d’altronde la risalita delle Creste va fatta a stomaco vuoto.

Sono da poco passate le tredici quando caliamo sul Varco della Foce, giusto in tempo per incontrare  un nutrito traino di mountain bike, destinate alla sola discesa ? Noi invece orgogliosamente e faticosamente affrontiamo la risalita delle Creste, sforzandoci di ignorare la discarica abusiva che giace da anni alle loro spalle. L’impegno del resto è tale da assorbirci interamente. Dapprima un insidioso pietrisco, poi un più agevole misto di terra e foglie, ma sempre con decisa pendenza.. 

Quasi sotto la cima ci dà tregua e riposo una sorta di terrazzo di ampiezza sufficiente per consentirci la sosta pranzo ed il canto. Brilla a sud ovest il mare contro cui si staglia lo scoglio del Falerio; si apre a nord ovest l’intero agro nocerino-sarnese con lo sfondo del Vesuvio.

Pensiamo di essere arrivati: ci attendono invece altri ostacoli: dapprima la risalita finale su esili tracce di terriccio e falasca; quindi le incognite della discesa dalla cima. Da quest’ultima si apre finalmente lo sguardo sulla marina salernitana e sulla città stessa. Si apre purtroppo anche sull’orrenda cava immediatamente sottostante. Ma anche qui non c’è tempo per le osservazioni; subentrano infatti le incognite appena ricordate: il gruppo si divide: chi va a destra lievemente retrocedendo rispetto alla cima, chi invece scende giù direttamente da essa. La prima scelta era la più saggia, poiché consentiva di tenersi in quota e guadagnare un graduale e ben tracciato sentiero in discesa. L’altra via invece risucchia sempre più verso il basso, tant’è che i suoi fruitori dovranno faticosamente traversare e risalire per raggiungere il percorso corretto. 

Ricongiunti infine, i gruppi guardano l’orologio. Riusciremo a  evitare il buio di novembre? Superiamo veloci le dorsali che menano a punta Telegrafo,  ora servendoci dei sentieri di mezza costa, ora passando tra interessanti piccole guglie.  Quando la vegetazione si fa meno rada, notiamo tra  i lecci i corbezzoli delle nostre colline e li facciamo cogliere ai più giovani, ignari di questo singolare frutto dell’albero tricolore: bianchi i fiori, rossi i frutti, verdi le foglie.

Il sole tramonta dietro le creste dei Lattari e la città accende le sue prime luci; il Castello, così imponente dalle vie del centro urbano, appare  da qui ancora come un foruncolo sul monte Bonadiei. La discesa sulla strada di Croce è resa ardua dalle costruzioni e dalle recinzioni che stanno mano mano occupando tutta l’area del vecchio sentiero. Rotolati giù alla meno peggio, attraversiamo la strada asfaltata. Seguiamo la dorsale, in buona parte urbanizzata, del Monte Sole, incalzati dai latrati di una cagna bizzosa ed infastidita. La luce cala sempre più, ma ci consolano “le luci d’artista” che a loro volta si accendono nella città. Dopo un monumentale traliccio ci infiliamo nel sentiero immediatamente retrostante alla Bastiglia: Sentiero già suggestivo di suo per la fitta vegetazione di querce e corbezzoli che lo copre; ancora più suggestivo adesso per l’oscurità dell’ora.

Ci richiamiamo: “Ci siete? C’è altri dietro ? Di qua ?  Si, proseguite diritto”. Ma alla fine come una  immensa luna appare la tondeggiante parete della Bastiglia che, grazie alla sua altezza, capta e riflette l’ultima luce del tramonto. Aggiriamo la sua mole e ci immergiamo nel buio ancora più deciso della discesa verso il castello. Chi l’ ha, accende la sua pila.

Il guardiano forse ci ha atteso per consentirci il transito attraverso la pineta; ma arrivati al piazzale quasi tutti optano per le auto di quelli che erano giunti qui con esse.

Il buio e la confusione finale non consentono un saluto organizzato ed un riconoscente abbraccio ai pazienti direttori di escursione;  fanno anche dimenticare  a chi scrive le sue velleità testimoniali.

Solo più tardi, districandosi fra i vicoli del centro storico (il resto della città è intasato dalle auto delle luci d’artista) egli concluderà di essere inevitabilmente (e provvidenzialmente) stato un testimone reticente; riconoscerà, soprattutto, che il testimone simbolico, quello della staffetta, è passato in valide ed ottime mani.

Francescopaolo  Ferrara