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il "bollino" del 2014


CRONACHE  PICENTINE  (e non)

 

26 ottobre 2014

 

Il minestrone

 

Nel minestrone,  si sa, più ci metti e più ci trovi. La maggioranza dei commensali è lieta di questa ricchezza; qualcuno però arriccia il naso, ritenendo che per questa via la pietanza possa risultare troppo rustica e che i sapori finiscano per annullarsi tra loro.

Trasferendo questa grave problematica dal minestrone all’escursione, andiamo ad esaminare il piatto servito domenica 26 ottobre u.s.

I commensali-escursionisti sono ben 59, ricchezza di ingredienti dunque anche sul lato attivo; i cuochi sono il presidente Giannattasio e Roberto Parisi.

Si parte dal centro storico di Montecorvino Rovella riempiendo i vicoletti che menano al quartiere Votraci. All’improvviso, nel dedalo delle casette si apre uno squarcio: un canalone di pietra di tipo dolomitico, grigia e sfarinata, strettamente incassato ed improvvidamente  destinato a convogliare il suo deflusso sotto le case stesse. Sono le suggestive Gole La Manna. Le risaliamo a fatica su un tappeto sbrecciato ed incastonato dei  più vari detriti, anche legnosi. La sensazione all’inizio non è piacevole, anche per l’incontro con una povera volpe precipitata o affogata in un momento  di piena. Piano piano però ci conquista la suggestione del contesto e ci vengono alla mente le ben più famose Gole di Celano, specie nei tratti  in cui resta appena lo spazio per passare uno per volta. L’azzurro del cielo si fa sempre più alto e lontano, pur nella limitatezza dei luoghi.

Le ultime balze ed un provvidenziale aggiramento ci consentiranno di raggiungere la piena luce. Siamo sul primo punto panoramico, Montecorvino è sotto di noi, in lontananza il mare e lo sky-line dei monti Lattari. Volgiamo a nord-est superando tratti non sempre facili e complicandoli con qualche arrampicata gratuita ed evitabile. Il paesaggio lunare finalmente cessa con un armonioso boschetto  più consono all’ambiente dei monti Picentini. Viaggiamo quindi per sentieri più morbidi o addirittura per sterrate, tra noccioleti e castagneti. I primi sembrano inselvatichiti; i secondi non versano in buona salute ma elargiscono un qualche frutto che più di uno, sordo ai richiami di tipo legale, prova a raccogliere. Dopo un paio di ore di marcia siamo alla Sorgente Canale, luogo di una prima sosta. Sferzati  tratti dal vento ma sempre confortati dal sole raggiungiamo il pianoro di Capodimonte, con una casetta e dei campi coltivati. Poco dopo prendiamo una più decisa direzione nord  lungo una sterrata tracciata ai piedi del Monte Circhio, ma  presto il nord diventa ovest: stiamo infatti compiendo un circuito e passiamo alle falde del Monte Raia e Telegrafo. Discendiamo ora con esili sentieri tra una ridotta vegetazione di cerri e carpini. Abbondano invece le felci, i roveti di more, di biancospino e di rosa canina. Si discute sugli effetti terapeutici  di quelle invitanti bacche, non sempre opportuni e graditi, siccome fortemente astringenti. In una sorta di conca finale il piacevole biancheggiare di una cospicua mandria bovina. Quale giace mollemente su di un fianco, quale rumina in piedi, quale ci osserva. Per parte nostra osserviamo e fotografiamo distinguendo fra i tanti l’imponente e nobile mole di un toro. Ruminiamo a nostra volta non alimenti, ma citazioni mitologiche del ratto di Europa, di Pasifae, del Minotauro e quant’altro. Ipocritamente deploriamo il destino di questi animali che amiamo tanto da invitarli sulle nostre tavole quasi ogni giorno.

Dopo un piccolo valico tra il M. Raia ed il M. Salvatore si risale piuttosto faticosamente il secondo  per ripide tracce di sentiero. La meta sarebbe il suo sperone occidentale, proteso su Gauro di Montecorvino e sormontato da una monumentale Croce. Ma l’assemblea vota con lo stomaco e si ferma per mangiare sulla retrostante cima. Solo dopo viene raggiunto il terrazzo della Croce, ben più panoramico, aperto sui  Picentini occidentali, sui Lattari e sul mare. Qualcuno si accomoda sul basamento cementizio della croce; qualche altro, nota che il condotto metallico dell’accostato parafulmine, potrebbe anche col tempo sereno scaricare una fenomeno elettrico portato dal vento. Il problema è aperto, ma è anche subito chiuso, Bisogna affrontare la definitiva discesa a Gauro appena 600 metri più sotto in verticale. In mancanza di deltaplani, si impone un lungo aggiramento in direzione opposta e comunque sufficientemente ripido. Siamo sulla prima balza praticabile ed in qualche modo sentierata sotto il margine inferiore della cospicua parete rocciosa del Monte  Salvatore. Su di essa ad un certo punto venne realizzata una sorta di ferrata per raggiungere il pianoro della Croce. I più arditi si arrampicano ad esaminarla. Altri, ben lieti di non dover abbandonare il sentiero, attendono pregando che gli esaminatori non facciano rotolare pietre dall’alto. Questo rischio è scongiurato, ma non quello di uno sgradito incontro con un nido di api selvatiche che faranno più di una vittima. Si cerca di rimediare con pomate e stick. La discesa incrocia la scala che sale alla Grotta del S.S. Salvatore, meta del tradizionale pellegrinaggio del 6 agosto di ogni anno. La direzione promuove la visita: sono solo 300 scalini. Diversi però sono gli infedeli, provati dal lungo cammino pregresso. Il successivo sentiero è invece in discesa ed appare sempre più chiaro ed agevole; pertanto tutti via in ordine sparso fino a Gauro. Qui con relativa sorpresa finale la direzione comunica che bisognerà portarsi a piedi lungo la via carrozzabile fino a Montecorvino centro. Sorpresa relativa perché all’ultimo momento della partenza la cosa era stata annunciato, anche se sfuggita ai più.

Solo una socia podista scatta avanti annunciando che si farà carico di prelevare un’auto da usare per un minimo di navetta. Tutti gli altri affrontano più meno di buon grado il supplemento finale.

Più o meno, poiché qualcuno mugugna. Altri invece - e qui torniamo alla teoria del minestrone - rileva che il troppo stroppia e che un’escursione tecnica dovrebbe raggiungere una unica e precisa meta, possibilmente una cima e non attardarsi a battere un’area in tutte le sue pieghe.

L’opposta scuola di pensiero sostiene la validità dell’esperienza analitica di un territorio, alla scoperta di angoli che mai si sarebbero percorsi ed appunto in applicazione della suddetta teoria, rileva la ricchezza dei elementi oggi acquisiti: un paesaggio lunare e dolomitico all’inizio, bosco e sottobosco, castagneti e noccioleti, sorgenti ed api pungenti, mucche, tori e vitelli, panorami a volontà,  rocce e ferrat(ina), luoghi sacri e luoghi profanati dall’asfalto; su tutto la varietà e l’ampiezza dei panorami e lo stesso contatto umano con le persone del luogo curiose del nostro vagare, in un finale pittorescamente contrassegnato dal disco rosso del sole calante sull’orizzonte e sulle ultime case.

La maggioranza pare del secondo avviso e allora: forza Sandro, preparaci un altro minestrone (ma senza troppo pepe !).

 

Francescopaolo Ferrara