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il "bollino" del 2011

 

 


CRONACHE  PICENTINE  (e non)

 

19 giugno 2011

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Il melo fiorito

 

Ci apparve come una grande nuvola bianca appena rosata nel verde assoluto di un angolo picentino. Lasciammo la strada per inoltrarci in quella sorta di radura laterale che si apriva all’improvviso sotto le pendici occidentali del Polveracchio, ci aggirammo in quella specie di Eden, scoprendo altri più piccoli meli,  ugualmente fioriti. Di questi ultimi però si vedevano tronchi e rami, ma del nostro grande melo non si vedeva che la grande nuvola.

 Da allora diverse altre volte abbiamo cercato di ritrovarlo, ma abbiamo per lo più sbagliato stagione se non strada. Verde, solo verde  o magari qualche piccolo pomo selvatico. E i fiori? Niente, nemmeno uno appassito, nemmeno un petalo  bianco strappato dal vento.

Ricordammo allora che Frank Capra in un suo famoso film (non chiedetemi quale) volendo ambientare sotto un melo fiorito una scena d’amore e non trovandolo in natura (lui pure non aveva indovinato la stagione) pretese ed ottenne una perfetta controfigura di melo fiorito di fiori di cotone.

Ma solo il cinema può ricorrere (con successo) a questi espedienti. Noi non possiamo che riprovarci. E ci abbiamo riprovato ieri, domenica 19.6.2011. In pochi, essendo i più nel ben più importante scenario dei Monti Sibillini.

Quali umili pellegrini di un percorso minore abbiamo  preso il giro alla larga, dallo stradone che parte dalle sorgenti di Bardiglia, trovando riparo nel folto della vegetazione dalla prepotenza del sole di un sole mattutino già cocente. Su, lentamente calcando un tappeto ricchissimo di foglie, facendo riemergere i ricordi antichi di quando timidi e meravigliati percorremmo la prima volta quella che allora  sembrava una via piena di mistero.

Dal fitto delle piante emergiamo in una prima radura che già ci offre la vista della Tempa del Castello, della Costa Calda, del Costone del Polveracchio.  Di quella Tempa Castello che un nostro amico esperto ed allenatissimo irride come una meta da educande. Ed educande erano in effetti le collegiali immortalate in un bellissimo film (e sono due!) del 1975: “Pic Nic ad  Hanging Rock” che narra la storia di alcune di loro misteriosamente scomparse su una intrigante montagna australiana  dalla forma simile alla nostra Tempa.

Pensando ancora una volta a loro,  traversiamo i tanti ruscelletti che colano dai fianchi de Polveracchio, superiamo i bivi del Vallone di Femmina Prena e di Costa della Praina, quello delle “Cascatelle del Polveracchio (localmente: “I Zumpaturi”), quello che porterebbe al lato ovest della Tempa e….dimentichiamo il melo.

Sopraggiunge infatti un’altra attrazione: quella stessa di questa montagna piccola e facile ma almeno per noi affascinante. Ricordiamo che c’è un sentiero di risalita anche dal lato est, ove ci troviamo. Andiamo dunque avanti alla ricerca. Ci affacciamo ripetutamente alla nostra destra, ma solo per scorgere un canalone (Vallone Puzunito) risonante di acqua che sempre più si approfondisce ed una parete latistante sempre più verticale e liscia. Siamo quasi rassegnati a proseguire pedissequamente diritto per il Varco di Sinicolli, quando il vallone miracolosamente finisce. Possiamo aggirarlo con un agevole sentiero che inizia all’apice di una sua decisa curva.

Il sentiero, sempre tra gli alberi e ben tracciato su un terreno bruno, qua e là  pavimentato di scivolose rocce calcaree, sale dolcemente verso  il lato nord - ovest della Tempa, l’unico che consente un agevole accesso.  La nostra montagna infatti (per chi non la conoscesse) – ha una forma caratteristica:  un ampio e largo tronco di cono rastremato in alto e fitto di vegetazione fino a tre quarti e più della sua massa; una severa bastionata rocciosa, come quella  di un castello, che costituisce la parte finale.

E la bastionata ci appare all’improvviso severa ed incombente su di un poggio panoramicamente aperto sulla vallata di mezzogiorno e sulla imponente mole, essa pure occidentale, del Polveracchio. La aggiriamo tuffandoci nuovamente nel bosco e costeggiando un suggestivo anfratto con tracce di animali bovini che ivi evidentemente si ricoverano, tornando o andando all’abbeverata a valle, prima o dopo, la risalita al pascolo dei prati sommitali.  Ma quando pure noi vi giungiamo ci rendiamo conto che il pascolo è pressoché esaurito.  Il luminoso pendio erboso abbonda di falasca, fatta di foglie lunghe e taglienti, incommestibili per gli stessi animali vaccini. Lo risaliamo quasi nuotando nel verde per raggiungere una zona  più ripida,  con massi e rocce;  tra queste un vero e proprio varco di entrata con un muro di pietre sovrapposte da mano umana.

E’ questo il principale indizio della remota presenza di un eventuale castello o posto di guardia sullo strategico monte.  Altri indizi risultano da talune pietre allineate sul terreno, con andamento rettangolare,  probabili residui di mura  di un vano.

Usciamo definitivamente alla luce ancora navigando nella falasca fino ad uno sbrecciato e piccolo molare sommitale che costituisce la cima (1199 m)  Qui abbiamo la delusione di constatare che il panorama che avevamo pregustato non c’è più. Nuvole grigie ed odiose coprono i Lattari e la marina salernitana; invisibili sono pure il Cervialto e l’Accellica. Ci resta solo il vicino Polveracchio. Accucciati nell’erba alta ed addossati alla spalliera di un  divano roccioso ci godiamo l’ultimo sole. L’ultimo non per motivi di orario ma per il sopravanzare delle nuvole. Abbiamo però il tempo di adempiere a due gradevoli riti: quello del pasto e quello della telefonata al nostro presidente, che pensavamo in montagna e che è invece a casa a combattere con i ludi cartacei del prossimo numero del notiziario sezionale.

Quando la copertura è definitiva rotoliamo a valle per la stessa comoda via dell’andata, temendo una pioggia che non arriverà.

Ridiscesi sullo stradone ci ricordiamo finalmente del melo fiorito. Anzi se ne ricorda solo chi scrive, restando ormai gli altri distratti e disinteressati.

Mi inoltro, allora, da solo nel sito di ricerca e debbo constatare ancora una volta che la ricerca è vana. Il luogo si è quello, lo riconosco e mi pare di riconoscere (forse) anche il grande albero che lo domina. Ma tutto è irrimediabilmente verde e confuso. Ancora una volta abbiamo sbagliato i tempi. Con una faticosa ricerca di archivio tra le mie agende scoprirò infatti che il primo e l’unico incontro col melo fiorito avvenne a metà maggio di sette anni fa.

E adesso?  Il nostro albero magico ci sarà ancora e sarà ancora in grado di fiorire?

Lo crediamo e vogliamo credere.

Soprattutto siamo certi che fioriranno e si rinnoveranno  sempre la nostra passione per le montagne, piccole o grandi che esse siano; la nostra capacità di incantarci e stupirci ogni volta come la prima per un misterioso castello di rocce e di pietre che forse nemmeno è esistito; per un albero di melo  apparso  (e scomparso) come una nuvola bianca appena rosata.

 

Francescopaolo  Ferrara