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il "bollino" del 2011

 

 


CRONACHE  PICENTINE  (e non)

 

17 luglio 2011

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Gli esami non finiscono mai

 

Il non distratto partecipante all’escursione sul Terminio della scorsa domenica, avrebbe potuto notare qualcosa di diverso.

Le direttrici (Antonella D’Amato e Myriam Caputo) erano più che mai attente e fornite di carte; intorno a loro ronzava Attilio Piegari anche lui bardato di carte e strumenti. Ma la maggioranza (come al solito non silenziosa) era invece distratta.

Quindi, pur dopo le puntuali indicazioni di comportamento e cultura delle direttrici, essa fatica a procedere con ordine ed attenzione lungo l’agevole percorso sterrato che da Piano d’Ischia mena al Rifugio degli Uccelli. Del resto la gradevolezza dell’ambiente, immerso nel verde e allietato da una sufficiente brezza, non inducono alla concentrazione ma al rilassamento, come è giusto che sia, fino a un certo punto.

Giunti pertanto al rifugio dopo circa un’ora di marcia, la breve sosta prevista si trasforma subito in una sorta di lunch, complici i tavoli e le sedie attigue alla costruzione. Le direttrici ci osservano preoccupate ed invano ci ricordano che abbiamo appena iniziato il cammino.

Finalmente schiodatici, abbandoniamo il comodo stradone per salire verso nord-ovest lungo una sterrata, brutta per la verità, siccome incavata da pregresse piogge torrenziali e fiancheggiata da una recinzione la cui utilità non si comprende. Dovrebbe essere alloggiata ivi una colonia di cervi, dicono; ma per ora non si vedono nemmeno le corna. Emergiamo su di un piccolo poggio solatio che costituisce il punto di incrocio con la via proveniente da Campolaspierto.

Lasciamo alle nostre spalle il Collelungo per procedere lungo il bel sentiero sommitale che si snoda sotto il corpo centrale del massiccio, quello che reca il suo punto più elevato di m.1806. I faggi qui sono più alti ed imponenti, ancorché sciabolati alla base dalla pendenza del suolo e dal peso della neve invernale. Giunto sulla cima ed affascinato dalla vista dell’orrido e bellissimo Vallone Matrunolo, in preda alla conseguente euforia, chi scrive si induce a proporre alle direttrici e ai loro tutor (tra poco il perché di tale titolo) una via alternativa per il ritorno, quella cioè che sta fra la cima centrale e quella più settentrionale del gruppo. Ma le risposte evasive e cortesi degli interpellati mi portano (finalmente) a riflettere ed a comprendere che questa non era una “semplice” escursione, ma una escursione "formativa" di nuovi accompagnatori di escursionismo (ASE), durante la quale non è opportuno modificare estemporaneamente il sentiero prefissato, se non per reale impossibilità a percorrere quanto programmato.

Ripesco allora tra i ricordi recenti (recenti perché  riferiti alle ultime riunioni sezionali) che da qualche tempo il CAI si propone e ci propone di elevare il livello qualitativo del nostro contatto con la montagna; che sono state concepite le figure degli accompagnatori di escursionismo (AE) i quali affiancare i semplici direttori di gita o meglio di escursione; che la nostra Sezione annovera ben 7 Accompagnatori di 1° livello sugli 12 della Campania e sta cercando, su indicazione ed iniziativa della Commissione Regionale Escursionistica di procurarsene altri, per ora sezionali (ASE) con apposita e lunga attività formativa, teorica e pratica; che la nostra odierna escursione rientra appunto in tale quadro; che Attilio Piegari ed Ugo Lazzaro, “vecchi e titolati” AE, idonei pertanto al tutoraggio, svolgono il loro compito nel testare la buona volontà e le doti delle nostre attuali direttrici.

Già immagino - ed anzi ho sentito - osservazioni e proteste al riguardo: “Il CAI si sta burocratizzando; noi andiamo in montagna per divertirci e vogliamo andarci in libertà, senza schemi e discipline di tipo militare ecc.” Questi commenti peraltro provengono di solito da quelle stesse persone che quando nell’escursione non tutto va perfettamente (ritardi, perdite di sentiero, presenza di pecore zoppe e simili) formulano le più aspre censure: sui direttori di escursione, sui dirigenti sezionali, se non addirittura sul CAI, entità astratta e non identificabile, simile allo Stato dal quale si pretende tutto senza dare niente.

E allora? La risposta è semplice e scontata: il CAI siamo noi ed il CAI è quello che noi realizziamo.

In questa realizzazione è giusto e conveniente profondere il minimo impegno necessario in ogni momento di attività, a cominciare da quella dell’escursionismo che per la nostra sezione è quella quantitativamente più rilevante. Onore e merito dunque agli AE già esistenti (come Valerio e Paola Bozza, Sandro Giannattasio, Ugo Lazzaro, Luigi Monetti, Attilio Piegari, Paolo Sarni), i quali si impegnano in prima linea per affinare questo ramo di attività. Idem per Myriam ed Antonella e quanti altri si avviano a percorrere la scuola degli Accompagnatori di Escursionismo.

L’impegno però deve essere di tutti, a tutti va richiesto almeno il piccolo sforzo delle “regole” cui uniformarsi durante l’escursione, dell’attenzione alle indicazioni dei direttori, del ripudio della insofferenza e delle iniziative private.

In definitiva è come per la comprensione e la pratica della musica e di qualsiasi altra forma artistica: un minimo di studio e di applicazione costituisce all’inizio un sacrificio ma diventa poi un modo, anzi il modo per accostarsi ad esse.

Tutto ciò andavo (andavamo?) rimuginando durante la  sosta nell’ameno boschetto di intenso verde, piacevolmente contrastante con quello più tenero dell’ampia sella prativa distesa tra la seconda e la terza cima del nostro monte;  ci ponemmo quindi una domanda e trovammo la risposta.

Ma, allora,  gli esami non finiscono mai?

Si, in un certo senso è così, ma non dimentichiamo che la montagna comunque ci esamina e che sarà ben lieta di promuoverci a pieni voti.

   Francescopaolo  Ferrara