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CRONACHE  PICENTINE  (e non)

 

6 febbraio 2011

 

La LUCE di GIAMBERARDINO

 

Circuito del Valico di Giamberardino

 

Giamberardino era sicuramente un mitico pastore amante della luce. La desiderava particolarmente perché costretto a vivere,  in un tempo remoto, sotto l’incombente mole del Cervialto nei lunghi e duri inverni di una volta, fatti di giornate brevi e di nevi lunghe. Pertanto, ai primi accenni di primavera, ai primi raggi di luce, egli lasciava la sua misteriosa caverna, nascosta tra le pieghe del Cervarolo, un po’ più su del piano Sazzano, e andava alla ricerca della luce, per berla, per farsene inondare, per farsene rivestire. Ogni volta però era preso da un’ansia, da un dubbio che quasi gli guastava la gioia dell’appuntamento: salire subito a grandi balzi le pendici del Cervarolo, bruciare subito il suo desiderio nell’ aria piena o centellinare questo piacere, accortamente rimandandolo col risalire piano i sentieri che danzano a  mezza costa della montagna, rientrando ed uscendo, giocando con la luce e con l’ombra, scivolando tra i faggi ?

Giamberardino siamo noi. Gli inverni non sono  (purtroppo) lunghi e nevosi come una volta e le giornate si susseguono sempre più veloci, tuttavia, noi pure aneliamo – in ogni escursione e particolarmente in questa di cui stiamo parlando – alla pienezza della luce. 

In noi vivono e si materializzano le due anime di Giamberardino: ci sono i ciaspolatori che subito affrontano l’erta e quasi brutalmente possiedono la cima, ci sono gli sciatori che la corteggiano con dolcezza lungo le sottostanti piste merlettate, per guadagnare solo alla fine il premio della vetta.

Così è stato anche questa volta.  Una prima pattuglia scompare subito,  scegliendo la via più breve. Il gruppo più numeroso parte da Vallepiana,  antipaticamente bruciaticcia di terra e di foglie nel suo primo scalino, ma si rassicura subito dopo poiché il sentiero  sottostante all’ Aria della Preda è già innevato. Si procede come si può, chi attrezzato, chi non. Dopo circa 30’ di sofferenza si apre finalmente il bel pianoro di anticamera posto alle spalle del Cervarolo. Ne guardiamo vogliosi le balze, ma sappiamo che è più saggio e remunerativo pazientare. Anche alcuni ciaspolatori condividono la nostra scelta. Ci caliamo pertanto lungo la strada ben innevata che solca a mezza costa la parte orientale del monte. Godiamo dell’ottima qualità della neve che consente anche ai ciaspolatori di crocchiare veloci; godiamo della luce non piena,  ma semipiena e comunque possente specie nei punti di sporgenza della strada verso il Piano Sazzano. Questa è la luce di Giamberardino: una luce non sfolgorante, non accecante, ma discreta in quanto protetta verso mezzogiorno e per questo stesso ancora più desiderata e preziosa.

Il gruppo si sgrana: le lepri fuggono, i veterani arrancano, tant’è che giunti al bivio che già discenderebbe verso Sazzano qualcuna di esse sfugge. Occorre recuperarla; vengono obbligati due generosi “volontari” (merita una citazione Antonella) che provvedano.

Il gruppo viene ricompattato, inviato a non disperdersi e ad affrontare la parte meno dolce del percorso, dritto su verso il valico e  verso la luce.

Ma c’è ancora un’altra variante: una madre in ansia risale impetuosa una balza laterale del monte tentando di guadagnare campo per il suo cellulare e con il campo il contatto con la prole, derelitta sulle non vicine piste ufficiali. Il contatto fallisce e la madre, in un sussulto di dolorosa responsabilità, si costringe all’abbandono. Noi proseguiamo, resi egoisti dal nostro miraggio. 

La giusta punizione ci viene data dalle fruste del novellame di faggio che tentano di chiudere la via. Le superiamo alla meglio: il valico è vicino, anzi è raggiunto.

Qui non troviamo ancora i cavalieri della dorsale e ne approfittiamo per accaparrarci i più comodi e meglio esposti tronchi di appoggio. Altri, come e più di Giamberardino, si concede all’abbraccio del sole, integralmente, quasi del tutto denudandosi. Ma Giamberardino era certamente un giovane ed apollineo pastorello,  non così i nostri esibizionisti.

Sopraggiungono a questo punto i cavalieri del Cervarolo, con la loro attesa ed inevitabile contestazione: “Che cosa avete perso! Mai giornata fu più bella! Mai visibilità fu più piena e grata; perché non avete percorso la dorsale? ”

Risaliamo  allora l’ultima balza del monte e lanciamo noi pure lo sguardo nel cielo. Riconosciamo e nominiamo ad uno ad uno i nostri fratelli montuosi, dalla vicina Raiamagra fino alla lontanissima Meta, fino alla linea collinare grigio azzurra al di là del quale c’è l’Adriatico. Beviamo soprattutto quell’azzurro che solo una giornata invernale di grazia può elargire.

Siamo tentati di rispondere ai dominatori della dorsale che la nostra gioia è più grande della loro, perché attesa, perché conquistata piano piano, perché corteggiata con il rispetto che si deve a quell’immenso femminino che è la montagna.

Naturalmente non lo facciamo, rispettosi di tutte le culture, specie se tutte riferibili al nostro mitico Giamberardino,  personaggio di fantasia, ma certamente vivo.

Ci rafforziamo nella nostra personale convinzione poi, allorché scendendo rapidi verso Sazzano apprezzeremo la gioia ulteriore dello scivolare leggieri,  poiché l’assenza della fatica ci consentirà di serbare gli occhi ancora pieni della visione sommitale, ma pure aperti sulle armoniose faggete che via via si irrobustiscono e si squadernano ai nostri fianchi, quasi a preannunciare il grande anfiteatro che ci attende.

E la gioia si manifesta con il tradizionale saluto alla neve, oggi sentito più che mai. Formiamo una catena tenendoci per mano e ci tuffiamo nel bianco elemento, ringraziandolo ed abbracciandolo.

Il rito segna la definitiva ripresa della via del ritorno: traversato Sazzano ci incuneiamo nel malagevole canalone che costeggia l’Aria della Preda e ci riporterà alla base di partenza.

Verso la fine la neve è scemata: è confluita tutta nel Lago Laceno che brilla vasto ed argenteo come non mai nel Piano sottostante.

Chissà se il nostro Giamberardino ha mai abbandonato la sua misteriosa caverna ed il suo luminoso valico per affacciarsi su quest’altra luce e su quest’altro mondo !

Francescopaolo  Ferrara