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Chi si contenta...

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CRONACHE  PICENTINE  (e non)

 

CHI  SI  CONTENTA...

                             

Non gode, o magari gode di meno. Il perché è alla fine. Per ora basti sapere che a questo convincimento, che rovescia il proverbio tradizionale, siamo giunti ragionando coi piedi, anzi con gli sci, in una fredda e luminosa giornata di dicembre, di inizio e ripresa della stagione della neve. Non troppo luminosa all’inizio, poiché ampie pennellate di nubi bianche e grigie prevalevano su pochi tratti di azzurro ed anzi sembravano minacciare il peggio. Ma non era questo, né l’aria gelata, che potevano fermarci dopo la lunga astinenza estiva e dopo che a primavera un improvviso rialzo termico già nella prima settimana di aprile aveva messo bruscamente fine alla nostra attività.

Via di corsa dunque dalla classica base del Laceno, tesi alle nostre mete. Quali mete? I ciaspolatori (solo tre oggi in forzata assenza del loro leader) optano per la Raiamagra e vorrebbero gli sciatori con sé almeno fino alla Loggetta. La neve però è ghiacciata e gli sciatori optano per la più tranquilla direzione del Migliato. Ulteriori venti di prudenza fanno loro progettare, anzi, di non andare oltre Colle delle Radici. L’oltranzista del gruppo accetta e tace, ma con un po’ di rammarico. D’altronde la qualità della neve, ghiacciata, triturata e bitorzoluta per l’opera dei fuori-strada non consente grandi margini di ottimismo. Constatiamo comunque che l’allarme di uno dei nostri, qui venuto ieri, (“La pioggia sta sciogliendo il manto”) era infondato.

L’inizio lungo la noiosa ed autofrequentata salita verso il Piano Acernese sembra sempre interminabile. Diana lo ha bypassato affrontandolo con la sua Sedici, anche per evitare rischi al suo compagno esordiente. Gli altri arrancano e più di tutti arranca Carmine, munito di legni non proprio perfetti. Il gruppo dei nove pertanto si sfilaccia abbondantemente. A Piano Acernese ritroviamo Diana e l’esordiente che ha dato ottima prova su quelle dune. Non arriva invece Carmine. Attraverso la deliziosa conca di Piano dei Vaccari ci portiamo fino a Colle del Leone, ma qui dobbiamo affrontare il problema della nave più lenta.  La nave ospedale è affidata ad un equipaggio di grande competenza e generosità: Diana e Rossana. Troveranno Carmine pesto e sanguinante. Cadendo ha rotto gli occhiali e si è ferito il viso. Non allarmatevi, è solo un graffio, dovuto più che altro all’infausto presagio di un amico che lo aveva diffidato dall’affrontare i rischi dello sci.

Ci ricompattiamo sotto lo sguardo di un giovane cercatore di tartufi e dei suoi allegri cagnolini, ma l’infortunato proseguirà per poco: rivolge le punte degli sci e promette di attenderci nell’accogliente rifugio della Lucciola. Dopo un timido e brevissimo sfarfallio di fiocchi, constatiamo con sollievo che la neve si ammorbidisce quanto basta ed aumenta, mano mano che procediamo verso est.  Del resto è cessato l’oltraggio dei fuori-strada.

La compagnia nuovamente si dirada, in termini inversamente proporzionali all’età, correndo innanzi il più anziano e chiudendo la fila il più giovane.

Nei pressi del bivio di Tannera una strana scritta sulla neve: “Cad Mac…” Con un po’ di sforzo si capisce che il predetto leader anziano ha voluto indicarci la direzione e la meta, ovvero quella radura da noi denominata Oasi di Cada Macaco (vedi puntate precedenti). Nei suoi pressi egli ci aspetta dunque, baciato dal sole che intanto ha definitivamente vinto la sua lotta con le nuvole. Sono rassegnato all’arresto anche perché sono quasi le tredici. Inopinatamente quello stesso che aveva capeggiato il partito della moderazione mi chiede: “Quanto manca per Piano Migliato?” Mezz’ora, quaranta minuti, rispondo speranzoso e aggiungo: “Ma poi è tutta discesa” A questo punto alcuni altri (dicendosi affamati e stanchi) invano fanno notare che al ritorno sarà salita e che si farà notte. I più decisi fuggono avanti, travolgendo ogni resistenza.

Il paesaggio si apre sempre più luminoso ed azzurro, specie in corrispondenza del Migliato di Bagnoli e del Fondo di Pistola; quasi prima del previsto spuntano le pagode del parco giochi di Piano Migliato (di Calabritto), come un miraggio di un lontano e favoloso oriente. Le raggiungiamo con un’ultima corsa liberatoria e ci accucciamo all’ombra di una di esse. Ombra improvvida perché ci ripara da un sole di cui avremmo bisogno e non ci ripara dal venticello che batte il pianoro. Ma tant’è: la gioia della meta raggiunta, la magia del paesaggio, il ritrovamento di un ambiente ormai familiare ma pur sempre nuovo, interamente ci appagano e ci fanno gioire per non aver desistito e per non esserci accontentati di un più limitato obiettivo.

Il ritorno lo faremo scorrendo come in trance un film  fatto di personaggi e scene antichi ed amatissimi, sempre appassionanti: le imponenti gobbe delle Raie (Magra, Scannella e Licina) il lontano specchio di mare tra loro ed il Filigatti, che riflette il sole pomeridiano, gli occhi rotondi punteggiati da tante pupille ovvero dalle vecchie e annerite ginestre del Piano di Tannera e del Prato del Leone.

Con la testa all’in giù (si fa per dire, ma vogliamo solo dire che ci siamo tolti per una attimo gli sci) ci rituffiamo nel Piano Acernese che traversiamo fronte a destra, per godere intensamente e fino all’ultimo la struggente dolcezza del Cervialto al tramonto. Dolcezza in tutti sensi poiché coi suoi strati di marrone-rosa e di bianco sembra davvero un goloso mont-blanc. Ma si incupisce ormai l’azzurro della sera e l’ombra ci invita a non indugiare. Ritroviamo con disappunto la discesa bitorzoluta e diaccia successiva al piano. Ogni tanto la risale e un’auto diretta ad una vana quanto inutile violazione del manto nevoso. Sotto i loro fari capitombola (senza sci!) Adriana  mettendo a rischio un ginocchio, che durante la giornata ( e con gli sci) era riuscita a preservare.

Gli ultimi due del gruppo sono in forte ritardo; riusciamo finalmente a contattarli col cellulare. Sono in arrivo, meno male.

Possiamo allora levare un sereno e reverente saluto alla nitida falce della luna apparsa a benedire le nostre fatiche. 

Possiamo - soprattutto - ritrovarci insieme e sentenziare: “ si, forse  chi si contenta gode, ma di più e meglio abbiamo goduto noi che, senza contentarci subito, abbiamo perseverato fino alla nostra primaria meta ed abbiamo  intensamente e fino in fondo vissuto la nostra giornata”.

Francescopaolo Ferrara


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