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Abissi del Boschetiello

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CRONACHE  PICENTINE  (e non)

 

GLI  ABISSI  del  BOSCHETIELLO

 

(20 giugno 2010 - in margine alla grande traversata dei Picentini)

 

 Abissi e Boschetiello sembrano un’accoppiata assolutamente incongrua, se non risibile. Che cosa possono avere a che fare immense profondità, sia pure montane, con un piccolo bosco?

 Va bene che il Boschetiello è una montagna, ma sempre di una cima minore dei Picentini  si tratta, di una cima che vista da Piano del Gaudo appare come un panettone tondeggiante, mera appendice del grande Polveracchio. Come può avere, allora, incisioni e scoscendimenti tali da rievocare gli abissi?

Provare per credere e provare almeno avendo la pazienza di seguire questa cronaca.

Il suo antefatto è costituito dalla Grande Traversata dei Picentini, condotta dal tenace Sandro Giannattasio da Calvanico a Calbritto,  attraverso Mai, Accellica, Polveracchio ed Altillo.

Condotta inoltre, specie nel secondo giorno e sull’infida Accellica, nel turbine dei venti e sotto la sferza della grandine.

 Non possiamo perciò censurare il gruppo dei coraggiosi se il terzo giorno esso si è ridotto al perfetto numero di tre elementi. Noi moderati, noi gruppo B, noi escursionisti della domenica, lo raggiungiamo al rifugio di Senerchia, lungo il comodo sentiero 108 che risale la zona est del Polveracchio. Lo incontriamo e l’attendiamo con qualche impazienza, infastiditi da un freddo ed una pioggia inattesi per la stagione, ma preannunciati dal meteo.

Sono le quattordici. Fotografie e congratulazioni di rito e via sulle gobbe del Boschetiello, che subito smentisce il suo modesto nome. La dorsale infatti si rivela subito possente ed aerea, dominante sull’alta valle del Sele a sud ed aperta sul Cervialto e i suoi contrafforti minori a nord. Ad ovest invece le immense distese forestali del Polveracchio che qui squaderna il suo versante più acclive. Procediamo nel vento, contando le insospettate ondulazioni di quel panettone che sembrava  dolce e uniforme da valle. Giannattasio ed i suoi fratelli, cui si aggiungono due dei nostri, ci lasciano presto, in prossimità del punto in cui il Boschetiello con un improvvisa giravolta verso nordest si avvia a trasformarsi in Altillo. Ne percorreranno tutta l’esile e rocciosa cresta fino a Calabritto. La maggioranza si cala invece in una sorta di ampio imbuto prativo che mena alle baracche di uno stazzo, per ora deserto. Due sono le nostre guide: Salvatore e Diana, ma il primo dopo un breve tratto affida il comando alla seconda e si limita a fornire sommarie (e chiare secondo lui) indicazioni.

 I ricordi accorciano e semplificano. Chi aveva già fatto una qualche volta la discesa del Boschetiello aveva in mente per  lo più una, o al massimo due, groppe prative seguite da un bosco finale. Scopriamo invece con qualche imbarazzo che le groppe sono tante e parallele,  che tanti sono anche i boschi e boschetti, nonché i sentierini che appaiono e scompaiono. Scopriamo soprattutto i verdi abissi del Boschetiello. Essi ci intrigano e ci affascinano. Scopriamo che quella rotondità che appariva unica da Piano del Gaudo è assolutamente plurale e che tra una convessità e l’altra ci sono concavità profonde e misteriose. E si parla di una profondità non solo verticale, ma da valutarsi pure nel senso della lunghezza, considerandosi cioè che i canaloni non si fermano alla quota di Piano del Gaudo o della strada carrozzabile Gaudo-Calabritto, ma precipitano giù fino alla base del monte, che è quella  bassissima del Rio Zagarone (ovvero Fosso di Calabritto) 

 Specie il vallone che resta alla nostra sinistra ci invita e ci abbaglia coi suoi toni verdissimi, con misteriosi alberi, lontani ma svettanti su qualche costeggiante crinale, con la promessa di chissà quali ambiti nuovi ed inesplorati. D’altro canto sappiamo di dover scendere, perché non tentare nuove vie, perché non tuffarci, allora, in questo Paradiso perduto?  E Diana è la più pronta ad accogliere l’invito. Il cuore mi dice di seguirla, ma la ragione no. La ragione è rappresentata dalla probabilità quasi certa di incappare in salti e scoscendimenti impercorribili, dal parere  di coloro che meglio hanno ascoltato le indicazioni della nostra guida dimissionaria. Salvatore infatti  ci ha prescritto di risalire un montarozzo  e di calarci poi in una successiva discesa obliquante a sinistra.  Dal monticello ci separa un modesto solco.

 E’ lì che ci infiliamo alla meglio per  sbucare su di un’ennesima gobba  prativa, tra le felci ed un’ erba alta e pungente. Un gruppo  la  segue, un altro ripara nella faggeta. Comunque si scende; nella direzione giusta, conferma il GPS mentre gli abissi verdi appaiono e scompaiono ai nostri fianchi.

Ma l’incantesimo è ormai prossimo alla fine. Tagliamo un’ulteriore sterrata ove ci raggiunge (in auto) la guida a mezzo servizio per confermarci che stiamo procedendo correttamente.

Zigzaghiamo tra essenze miste di faggi, aceri e cerri, questi ultimi denunciando il calo della quota. La discesa finale impone una brusca sterzata a sinistra alla quale ci richiamano le grida di Salvatore, venutoci incontro (sempre via auto) dal basso.

 La fontana dell’acqua della Peta (o dell’Abete) ci garantisce abluzioni e ristoro. Via quindi in bus a raccogliere i protagonisti della Grande Traversata presso il Santuario della Madonna della Neve. Il suo piazzale è avvolto da una simpatica nebbiolina, lieve, ma sufficiente a coprire i sovrastanti castagneti dell’ultima propaggine dell’Altillo. Scorgiamo perciò solo all’ultimo i nostri eroi, dopo averne sentito le voci giustamente  entusiaste. Le voci proseguono col racconto del vento e della pioggia che li hanno accompagnati sulla cresta sottile ed interminabile, sulle ripidissime e scivolose pendici finali. Ci raccontano soprattutto dell’ incanto di due arcobaleni sovrapposti che hanno suonato gli ultimi squilli della loro traversata.

 Li ammiriamo e li invidiamo, ma serbiamo gelosi in cuor nostro il mistero dei verdi abissi del Boschetiello.

Francescopaolo Ferrara


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