prima  pagina

notizie dal mondo CAI

organi e statuto

storia della sezione

territorio

attività

calendario escursioni

alpinismo giovanile

alpinismo arrampicata

sci-escursionismo

tutela_ambiente_montano

gruppo speleologico

sentieristica

pubblicazioni

il Varco del Paradiso

cronache picentine

i libri di vetta

flora

fotografie

varietà

link  e  meteo

la sede

contattaci


il "bollino" del 2010


 

23-07-06: Stamane vi butto

Precedente Home torna su Successiva


CRONACHE PICENTINE (E NON)

Escursione al butto della neve

(Acellica)

La visita estiva a qualche residuo nevaio dei monti Picentini non è una novità per i membri della nostra Sezione. Anzi, la prima “scoperta” di tal genere venne realizzata ancor prima della fondazione della Sezione di Salerno e precisamente nel settembre 1985,  come risulta dal resoconto ( a firma di chi scrive) pubblicato sulla “Finestra”, bollettino della Sezione di Cava dei Tirreni, di cui all’epoca i nostri fondatori facevano parte. Allora si trattava del Vallone della Neve, sito sul versante nord dell’Accellica; dopo di allora più volte siamo tornati in quel vallone ed al “Butto della Neve” che trovasi invece nel versante sud della stessa Accellica. Tale collocazione, naturalmente rende ancora più singolare il fenomeno, ma tant’è, l’Accellica ci ha abituato a questa ed a ben altre sorprese.

Dunque, domenica 23 luglio 2006, nella giornata più calda dell’estate (40 gradi nelle città del centro-nord!) decidiamo di andare a verificare ancora una volta il paradosso della nostra neve estiva. Lo decidiamo anche per il diktat del creativo  Sandro Giannattasio, che tramuta una diversa escursione in questa che stiamo per descrivere e che lui intitola “Un sorbetto al Butto della Neve” ma che  meglio sarebbe stato chiamare: “Stamane vi Butto”, dal momento che il nostro ha programmato l’escursione stessa,  ma non  vi ha partecipato. (Giusti motivi, per vero)

Sia pure con qualche perplessità una ridotta pattuglia  segue Roberto Parisi, già direttore in seconda, che si farà carico degli inevitabili mugugni.

I primi riguardano la lunghezza del percorso automobilistico: da Giffoni sale ai Piani una strada del tutto inventata. Sono reiterati tornanti, stretti nastri a cavallo di dorsali sospese, castagneti pendenti, rivoli d’acqua trasversali e per finire vacche neghittose ed insensibili ai clakson. Il più ardimentoso di noi scende dall’auto e, sfidando il monumentale toro che le guida (si è proprio un toro, ciò che gli pende fra le zampe posteriori non è un organo da latte), induce la mandria a lasciarci il passo. Quando finalmente giungiamo ai Piani il calore già si espande pesantemente. Lo attenua appena l’immersione nel bosco misto di aceri e faggi lungo il quale si snoda il nostro sentiero. La salita non è agevole, non la ricordavamo così. Usciti dal frascame, si spalanca ai nostri occhi, maestoso ed impossibile panorama dell’Accellica. Balze prative si alternano a fitte macchie alberate chissà come radicatesi sulle pareti verticali; rocce fantasiose ed aguzze spuntano dalle creste e sotto di esse precipitano piastre apparentemente lisce. Evochiamo i nomi risultanti dalle carte o dalla tradizione orale: il Butto di Laurenziello,  “ ‘A Rasola ‘e Morriello” e ci figuriamo che quei nomi siano appartenuti a rustici ma gentili pastorelli inerpicatisi un tempo lontano su quei passi infidi e magari traditi dai loro precipizi.  Cerchiamo infine di penetrare almeno con lo sguardo in una grotta misteriosa ed oscura che occhieggia lontano nel bianco di una rupe.

La sosta è breve, ci rituffiamo nel folto lungo un sentierino che diventa sempre più esiguo, a monte ed a valle tappezzato dal verde brillante ma insidioso della  falasca. Attendiamo con una qualche perplessità un punto di frana all’apice di un canalone, già sbarrato da un intrico invalicabile di tronchi e di rami. Dobbiamo però constatare che il direttore assente, ma presente (S. Giannattasio) ha sgomberato e ripristinato sufficientemente il tracciato. Ci telefona proprio mentre stiamo passando il punctum dolens, giusto in tempo per ricevere le nostre congratulazioni.

La traccia gira decisamente verso  la profondità della montagna: sentiamo che stiamo per addentrarci nel più misterioso cuore dell’Accellica e, letteralmente liquefatti nell’aria immobile, solo per un atto di fede ci ripetiamo che la nostra meta è la neve. Siamo del resto a non più di 1000 m. s.l.m. Ma di pensare non abbiamo più il tempo. Il sentiero, per esiguo che fosse, termina del tutto ed occorre inerpicarsi sul magro fianco del canalone sottostante al Butto. Si alternano tratti di terreno che si disintegra sotto i nostri passi, pietre mobili e spigolose, arbusti che offrono appigli non sempre affidabili, e cospicui tronchi precipitati che occorre scavalcare in qualche modo. I bastoncini andrebbero ritirati per poter avere la mani libere, ma talora servono ancora e poi non c’è né tempo né voglia di indugiare in operazioni diverse dall’inerpicarsi: disperatamente, smanacciando, sbuffando, torcendosi e naturalmente dando fondo alle ultime riserve di sudore.

Il noto anfiteatro verticale di roccia chiara che racchiude il tesoro della neve ci appare e ci invita, vincendo ogni resistenza. Quando alla sua base scorgiamo il singolare monumento scolpito dal bianco della neve ghiacciata e dal bruno del terriccio e delle foglie, ogni fatica è dimenticata, diamo veloci gli ultimi passi,  incuranti dei possibili sdruccioloni che la neve stessa minaccia.

Un tronco caduto funge da provvidenziale sedile e possiamo così assaporare rilassati il  sorbetto promesso: tranci di granita di neve e succo d’uva o di limone.  Alcune decine di metri più in alto sopra di noi, una scritta rossa sulla roccia: CAI Salerno. Inutile dire che ebbe a tracciarla Giannattasio per testimoniare il livello massimo raggiunto in primavera dal cumulo nevoso. Aggiriamo il monumento per misurarlo: un grosso ed irregolare cilindro di dieci metri per venti, forse. Ma le sue spalle, a contatto con la roccia in qualche modo riscaldata, sono già erose e la sua sommità termina con una sorta di grosso becco che lentamente sgocciola.

Esaminiamo un ammasso di apparenti setole di cinghiale, ma le sue ossa?  Ci  chiediamo: cosa ancora   può  precipitare in questo pozzo e magari caderci, proprio adesso, fra capo e collo dall’ invisibile empireo che sta oltre le inesorabili pareti che ci chiudono?. Si vede solo un tratto di cielo azzurro. E il Ninno dove sarà? Dovremmo essergli più o meno sotto. Queste e tante altre cose ci chiediamo, pigramente fantasticando.

Ma la domanda che non osiamo esprimere e che più ci occupa è questa: il monumento sopravviverà  alle calure di agosto e di settembre? Resterà come negli altri anni almeno un qualche basamento per accogliere la scultura della prossima invernata?

L’interrogativo trascende il fenomeno contingente ed assume un significato più profondo.

Ci domandiamo della resistenza della neve e speriamo nella sua sopravvivenza come per scongiurare la cattiva sorte che l’effetto serra e tutti i guasti ad esso collegati ci fanno paventare.

Vogliamo convincerci che nonostante tutto sarà la natura a vincere e constatiamo: per ora ci siamo, ci siamo sulla neve in questa torrida giornata di luglio e…finché c’è neve c’è speranza !

                                                                                                                                FPFerrara


  Precedente Home torna su Successiva